Senza Confini: un’etnographic novel

di Stefania Ragusa

Qualche giorno fa, su DoppioZero, Luisa Bertolini, docente di filosofia e direttrice della rivista on line Fillide. Il sublime rovesciato, spiegava le ragioni storiche e culturali per cui nel nostro immaginario, per classificare e (sud)dividere gli esseri umani, si sono radicate determinate cromie pigmentali (bianco – nero – giallo – rosso), e non altre (blu – verde – violetto, per esempio), sebbene sia le une sia le altre non trovino riscontro nell’esperienza visiva.

Leggevo quell’articolo (interessantissimo) e mi apparivano ancora più chiare e convincenti le ragioni per cui Francesca Cogni e Andrea Staid avessero deciso di colorare di verde, azzurro e altre nuances non ordinarie i protagonisti della loro etnographic novel, Senza Confini. «Volevamo non sottolineare il colore della pelle», mi avevano spiegato. Accantonare lo schema bianco – nero – giallo – rosso (di cui, per inciso, prima del naturalista settecentesco Carlo Linneo non c’è traccia), sbizzarrendosi con una tavolozza non codificata razzialmente, è stata una scelta politica più che estetica.

Senza Confini (Frontiere/Milieu) è un libro particolare. Non tanto per il tema che tratta (storie di migranti, rifugiati, richiedenti asilo, alle prese con l’esistenza quotidiana) o il fatto di essere “disegnato”. E’ il modo in cui i disegni si innervano sulle storie dei protagonisti, hanno contribuito a raccoglierle e poi a ridefinirle, a farne un progetto editoriale originale. Un’opera in cui rigore etnografico, creatività visuale, sperimentazione di nuovi strumenti e divulgazione si intrecciano. Non è fiction, non è fumetto, non è graphic journalism, ma etnografia raccolta, rielaborata e offerta al lettore sempre sotto forma di disegno. In un momento in cui da più parti emerge la necessità di trovare modi più efficaci e incisivi di raccontare le migrazioni e l’incontro con l’altro, questo volume indica una strada possibile e inedita.

«Il disegno si presta a una temporalità lenta», spiegano gli autori. «Può essere mostrato, regalato, ri-fotografato. E’ una forma di rappresentazione che rispetta l’intimità delle persone, pur avvalendosi di elementi che rendono riconoscibili i protagonisti delle storie. Libero da un realismo stringente, permette di stilizzare i tratti somatici di una persona per “significarne” migliaia di altre, in un racconto cangiante, polifonico, aperto all’onirico e al simbolico».

Una tavola del libro

Cogni e Staid sono antropologi. Lei vive a Berlino, è anche illustratrice e filmmaker, e da anni porta avanti la sua indagine su migrazioni, lingue, meticciato. Lui insegna alla Naba e ai temi di cui sopra ha dedicato vari libri. Entrambi cercavano un modo accurato ma più immediato per trasmettere i contenuti delle loro ricerche e anche per procedere alla raccolta dei dati. Hanno deciso di provare con lo schizzo, il disegno. E per quattro anni sono andati a spasso per l’Europa a raccogliere storie e testimonianze armati di matite e taccuini. Rendendosi conto che il mezzo permetteva di accorciare le distanze, coinvolgeva gli interlocutori in modo attivo. La rappresentazione dell’altro riusciva meglio con la partecipazione dell’altro.

Il pittore congolese che sogna l’Africa dalla periferia di Milano; il giornalista gambiano che diventa reporter del movimento dei rifugiati a Berlino; la rapper americana cresciuta in Florida, emigrata in California e che si trova vivere ai margini della società occidentale… Loro e tutti gli altri protagonisti del volume raccontano la propria storia all’interno della Fortezza Europa e contestualmente la vedono apparire sotto forma di immagini. La correggono e la integrano visivamente. «La contrapposizione tra osservato e osservatore, in questo modo, perde rigidità, si sfuma. La raccolta degli appunti può diventare un lavoro di gruppo. L’intervista si trasforma più facilmente in una relazione, senza che questo leda la serietà della ricerca». Certo, sfogliando il volume difficilmente si ha idea della fatica necessaria alla rielaborazione del materiale raccolto e alla sua sintesi in un numero limitato di tavole. Ma è proprio questo passaggio che rende fruibile la narrazione antropologica per un pubblico più ampio, magari alle prese con quell’information overload che ostacola la lettura e la concentrazione.

«E’ necessario in tempi come questi immaginare modi nuovi e più efficaci per diffondere certi messaggi». Non si tratta di ricercare l’originalità a tutti i costi, o dell’aspirazione a essere disruptive, ma della consapevolezza di muoversi in un orizzonte nuovo e per molti versi refrattario alle prese di coscienza. Senza Confini propone al suo pubblico vari piani di lettura. C’è quello squisitamente narrativo, c’è quello documentale, c’è quello visuale. C’è l’intrattenimento, c’è la riflessione sull’identità e sull’appartenenza, sul confine che rappresena un ostacolo e anche una possibilità. Ci sono i risultati etnografici. Questi ultimi, in particolare, evidenziano un dato che a molti continua a sfuggire. Ossia che la linea che separa i mondi rimane più classista che razzista. Pecunia non olet, anche quando si tratta di valuta straniera. Il confine, geografico o sociale, è labile, pronto a restringersi o ad allargarsi, con buona pace dei sovranisti, per effetto di un portafoglio più che di un passaporto.

(Stefania Ragusa)

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