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Edizione del 27/09/2026

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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Tag:

razzismo

    Femminismo anticoloniale
    FOCUSSOCIETÀ

    Riscrivere la storia coloniale attraverso la voce e la memoria delle donne

    di Tommaso Meo 4 Settembre 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    Le traiettorie della scrittrice Ubah Cristina Ali Farah e dell’attivista Bridget Kwazimaa Ohabuche mostrano come la narrazione e la militanza possano riaprire gli archivi rimossi del nostro colonialismo, restituendo centralità alle resistenti di ieri e di oggi

    di Tommaso Meo

    In Italia, la storia coloniale rimane un rimosso profondo, poco studiato e ancora meno elaborato. Un’amnesia collettiva che diventa quasi totale quando si tenta di ricostruire le vicende delle figure femminili che hanno vissuto e contrastato quel periodo, non solo imbracciando le armi, ma sostenendo in ogni modo le lotte di liberazione. Tenerne vivo il ricordo e fare tesoro del loro esempio è una priorità politica e culturale: è questo l’obiettivo della tavola rotonda organizzata a Roma mercoledì 9 settembre all’interno del festival Arene Decoloniali. All’incontro interverranno la giornalista e documentarista Nadia Pizzuti, la storica e saggista Isabella Peretti, la scrittrice e ricercatrice somalo-italiana Ubah Cristina Ali Farah e l’attivista Bridget Kwazimaa Ohabuche, co-fondatrice del collettivo afrofemminista Nwanyi.

    Ed è proprio nell’intreccio tra narrazione e militanza che il festival trova due delle sue voci più emblematiche. Partendo da esperienze di vita diverse e a tratti speculari, i percorsi di Kwazimaa Ohabuche e Ali Farah hanno finito per toccare, con linguaggi propri e peculiari, i medesimi nodi cruciali dell’incontro: l’eredità postcoloniale e il femminismo. La prima, originaria di Lagos, in Nigeria, è arrivata in Italia nel 2008 per ricongiungimento familiare. Ha studiato Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani presso l’Università di Padova e attualmente è studentessa di Giurisprudenza all’Università Roma Tre. Le sue esperienze di vita come donna nera l’hanno spinta ad abbracciare il femminismo e a impegnarsi attivamente nella militanza afrofemminista, nella lotta contro il razzismo e nella tutela dei diritti delle persone afrodiscendenti. La seconda, nata a Verona da madre italiana e padre somalo, dall’età di tre anni è cresciuta a Mogadiscio fino allo scoppio della guerra civile nel 1991, quando è tornata a vivere e a scrivere in Italia, dopo un breve passaggio in Ungheria.

    La lingua e la cura: la memoria nella scrittura di Ali Farah

    «Io esisto a causa di questa storia coloniale» ammette sorridendo Ali Farah, «perché mio padre fu uno di quei giovani somali che, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, ebbero l’opportunità di completare gli studi in Italia grazie all’Amministrazione fiduciaria italiana (Afis, ndr)». Anche se l’AFIS terminò ufficialmente nel 1960, l’influenza italiana nelle istituzioni e nelle scuole somale è persistita per diversi decenni con l’obiettivo di plasmare la nuova classe dirigente locale. L’autrice è cresciuta imparando il somalo in famiglia e studiando l’italiano a scuola, fino a sceglierlo, da adulta, come lingua della sua prosa. Una decisione anche politica: «L’ho sentito come un dovere etico nei confronti di questa rimozione storica, ma anche come un enorme dono: la possibilità di intervenire e contaminare questa lingua con la mia altra lingua e con le sue strutture». La sua generazione e quella di altre autrici come Igiaba Scego è stata l’unica ad avere un legame diretto con quel passato e a scrivere nella lingua dell’ex colonizzatore: «Non è successo prima e non succederà probabilmente in futuro. Questa coincidenza storica ha rafforzato in me l’idea che fosse un passaggio necessario».

    Ubah Cristina Ali Farah, un ritratto dal sito operacircusuk.com
    Ubah Cristina Ali Farah. Foto: operacircusuk.com

    Affidare alla componente femminile un posto centrale nelle sue opere è stato uno sviluppo naturale. Ali Farah ha reso le protagoniste della diaspora il cuore del suo lavoro già nel romanzo d’esordio, Madre piccola (2007). «Dopo il crollo di un Paese e una guerra civile, le uniche in grado di ricostruire i legami e ricreare una geografia attraverso la cura erano le donne» ricorda. Anche ne Il comandante del fiume, due madri decidono di crescere insieme i propri figli in assenza delle figure paterne, pur vivendo separate e lontane dalla Somalia: «Per me è una risposta al sistema patriarcale che ha combattuto in nome del clan, oltre all’affermazione che la famiglia si sceglie e non si riduce ai soli vincoli di sangue». Alle donne della sua famiglia allargata la studiosa riconosce un ruolo fondamentale nella trasmissione orale di storie e opere letterarie, «qualcosa di potentissimo».

    Non è un caso che la sua ricerca accademica si sia concentrata sul teatro somalo – nato durante la decolonizzazione e usato come strumento di propaganda – e sui canti della poesia orale. «Un genere in particolare, il buraanbur, veniva considerato di serie B perché appannaggio femminile e tramandato a voce. Negli archivi ho invece trovato diversi poemi scritti da autrici che avevano partecipato direttamente alle lotte per l’indipendenza». Resistenti che, come spiega Ali Farah, hanno dovuto lottare su un doppio fronte: contro l’occupante coloniale e contro il patriarcato interno alla propria società. «Contro gli occupanti non hanno preso le armi, ma erano presenti con i loro versi».

    Svelare l’amnesia: la ricerca e la militanza di Kwazimaa Ohabuche

    Un itinerario d’indagine iniziato «quasi come un gioco» è quello che ha portato Bridget Kwazimaa Ohabuche a confrontarsi con le eroine anticoloniali per colmare i vuoti nei racconti storici del nostro Paese. Una volta arrivata in Italia, l’attivista ha notato la persistenza di una narrazione che sminuisce le responsabilità coloniali d’Oltremare, rafforzata da una prospettiva eurocentrica nella costruzione del sapere. «Per me è stata una ricerca di risposte fondamentale anche per costruire la mia identità di donna nera in Italia» racconta.

    Bridget Kwazimaa Ohabuche

    Come emerge dai suoi studi, il patriarcato preesisteva in molte società africane, ma la dominazione coloniale ne ha aggravato le strutture. Per gestire il potere locale, le autorità occupanti scelsero di interloquire esclusivamente con gli uomini, escludendo le donne dalla vita politica ed economica. In questo modo vennero cancellati ruoli di guida e titoli che avevano ricoperto per secoli, ufficializzandone la subordinazione. Secondo Kwazimaa Ohabuche, rievocare questo processo ha una ricaduta concreta: i retaggi di quella visione si ripercuotono ancora oggi nelle dinamiche di razzismo, discriminazione e possesso verso i corpi femminili.

    In un suo articolo su Medium, l’attivista sottolinea come decolonizzare il passato significhi riconoscere la liberazione come «una lotta collettiva in cui le donne hanno rischiato la vita come soldatesse, spie, infermiere, sindacaliste e madri di nazioni in divenire». Per evitare l’amnesia, serve ampliare lo sguardo oltre il Novecento, riscoprendo una linea di continuità storica: dalla regina Amanirenas del Regno del Kush nella sua resistenza contro l’Impero Romano, fino alla femminista egiziana Huda Sha’arawi che, nel 1923 a Roma, contestò la “missione civilizzatrice” europea affermando l’indissolubile legame tra anticolonialismo ed emancipazione femminile.

    Dai simboli della resistenza al futuro della cittadinanza

    Questa traiettoria di lotta trova un punto di contatto ideale tra la divulgazione di Kwazimaa Ohabuche e la ricerca di Ali Farah nella figura di Hawo Tako, la giovane martire uccisa nel 1948 durante le proteste contro la presenza italiana in Somalia. Alla sua storia si ispira Samawada, opera teatrale simbolo dell’impegno femminile nella resistenza, oggetto della tesi di dottorato della scrittrice somalo-italiana.

    La statua per Hawo Tako
    Il monumento per Hawo Tako a Mogadiscio

    I simboli storici, però, come insegna Kwazimaa Ohabuche, non devono restare monumenti statici, ma servire a interrogare il presente. È l’obiettivo del collettivo afrofemminista Nwanyi, fondato nel 2019 per dare spazio alle istanze delle donne nere in Italia. Tra le iniziative, l’attivista ricorda la celebrazione della Giornata internazionale della donna afrodiscendente, l’impegno per il riconoscimento del secondo Decennio dell’Onu per le persone afrodiscendenti e la richiesta di dati disaggregati per orientare politiche pubbliche efficaci.

    Nel contesto italiano odierno, conclude Ali Farah, «la negazione del passato coloniale e la mancanza di spazi per accogliere i nuovi cittadini sono fenomeni strettamente correlati». La memoria di quel periodo merita dunque di uscire dai soli contesti militanti per entrare nel discorso pubblico e nelle scuole: «Dovrebbe, finalmente, diventare patrimonio di tutti».

    Scopri il programma del Festival Arene Decoloniali 2026.

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    4 Settembre 2026 0 commentI
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