La fine del mare

di Stefania Ragusa

Poche settimane fa Martina Castigliani, giornalista a ilfattoquotidiano.it, si è vista assegnare il premio giornalistico Giustolisi per la sua inchiesta sulle nozze forzate imposte anche in Italia a tante adolescenti di origine soprattutto pakistana, bangladese e indiana. Una ricerca molto interessante, in cui a fare la differenza è stata la capacità di cogliere un fenomeno drammatico nella sua complessità e nelle sue sfaccettature: i sentimenti ambivalenti verso le famiglie, la posizione non condivisibile ma ugualmente scomoda dei genitori, l’assenza di una rete sociale e di strumenti legali atti a contrastare la pratica, la difficoltà degli operatori, impreparati a gestire un problema così specifico.
Lo stesso sguardo articolato e empatico Castigliani l’ha indirizzato in tempi recenti ai richiedenti asilo bloccati nei campi profughi della Grecia e, in particolare, ai loro bambini. Frutto di questo impegno un libro, uscito in questi giorni per Mimesis, intitolato Cercavo la fine del mare.

Estate 2017. Sbarcare in Italia è diventato più complicato e gli arrivi dei migranti si susseguono sulle coste greche. Martina Castigliani decide di partire per la Grecia. Non è mossa da intenzioni giornalistiche. Vuole dare una mano, lavorare nei campi profughi. Gira un po’ di qua e un po’ di là  (Atene, Salonicco…) appoggiandosi a varie organizzazioni umanitarie. Finisce, come spesso accade a chi non ha competenze tecniche precise, a supervisionare i bambini. Il fattore linguistico rappresenta un grosso ostacolo nella comunicazione. E lei prova ad aggirarlo invitando i piccoli a disegnare. Si rende conto così di un fatto strano.
Sul foglio bianco i vari Reza, Dlônan, Ahmad disegnano spontaneamente la loro storia più recente. «Chiedevo: come ti chiami?», ricorda l’autrice, «e loro disegnavano il gommone, il mare. Traducevano graficamente il loro trauma. I 47 uomini con la barba che si erano presentati a casa di Mleka per uccidere lui e la sua famiglia, per esempio. Poi c’era anche chi si concentrava sulla vita che c’era prima. L’oca rimasta nel giardino di Kabul, per esempio. E chi su quello che stavano vivendo in Grecia, in quel momento».
Nella veste doppia di volontaria e giornalista, Castigliani si sentiva a disagio. Non voleva correre il rischio di profanare le vite che stava incontrando e che in molti casi sembravano affidarsi a lei in piena fiducia. Non aveva voglia di scrivere, anche perché «sugli sbarchi, i migranti, le prigioni libiche e le ragioni per cui si continuava a partire, erà già stato detto il dicibile». Ma c’era questo punto di vista dei bambini, così sincero ed essenziale, che continuava a solleticare quella che un tempo avremmo definito la sua penna e che oggi è più opportuno chiamare tastiera. Il punto di vista dei bambini espresso attraverso i loro disegni e le piccole chiose verbali che lo accompagnavano.
Il libro che si è messa a scrivere, e che il 17 marzo presenterà a Milano, a Book Pride, tratta proprio di questo.


Perché abbiamo scelto di parlarne qui? La ragione più ovvia è che è un piccolo volume  interessante e pieno di spunti. Ce n’è però anche un’altra, più concettuale. Siamo convinti della necessità di lavorare al più presto e bene su nuove modalità di racconto delle migrazioni. Non perché il nuovo ci ossessioni, ma perché la sovrabbondanza di notizie e immagini ha prodotto assuefazione. Gli sbarchi, la sofferenza dei migranti non fanno notizia ma routine. Perché sembra che nessuna prova, nessuna storia riesca più a fare breccia nelle coscienze ovattate. Bisogna trovare il modo di rimettere in gioco le nostre sensibilità, di farsi leggere. Andrea Staid e Francesca Cogni ci hanno provato con l’etnographic novel di cui abbiamo parlato pochi giorni fa. Martina Castigliani lo fa passando attraverso il punto di vista dei bambini, il racconto fatto di pennarelli e fogli di quaderno. Possono esserci altre modalità di narrazione? Noi crediamo di sì e al più presto torneremo a parlarne. Nel frattempo invitiamo i lettori di Africa e di Corriere delle Migrazioni, a leggere questo libro. A cercare la fine del mare e l’inizio di una nuova storia.

(Stefania Ragusa)

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