Un nuova alleanza tra Africa e Unione Europea

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Nel 2021 andranno in pensioni i tanto contestati accordi di Cotonou che hanno regolato i rapporti tra Unione Europea e i Paesi africani. Accordi che avrebbero dovuto ridurre la povertà e favorire lo sviluppo, ma che hanno clamorosamente fallito, facendo gli interessi del vecchio continente. Riusciremo ora a siglare una nuova partnership che sia davvero proficua per tutti?

Il 2021, per l’Africa e i paesi dei Caribi e del Pacifico (Acp), potrebbe rappresentare il superamento degli Accordi di Cotonou, che definiscono le relazioni tra Unione europea e paesi dell’Acp, appunto. L’accordo – firmato a Cotonou in Benin il 23 giugno 2000 e che superava quello di Lomé – regola principalmente l’aiuto allo sviluppo, il commercio, gli investimenti internazionali, i diritti umani e il buon governo. L’obiettivo primario, definito dall’articolo una della convenzione recita: “La riduzione ed infine l’eliminazione della povertà”. I risultati, tuttavia, per il continente africano sono sotto gli occhi di tutti e non sono certo lusinghieri. Pochi obiettivi, infatti, sono stati raggiunti. Non solo. I paesi africani hanno spesso criticato e contestato gli accordi proprio perché definivano una relazione verticale e asimmetrica fra Europa e Africa. Le aere di libro scambio, fortemente volute dall’Unione europea, sono state oggetto di scontri e recriminazioni proprio perché andavano a favorire il partner sulla carta più forte, l’Europa. Anche i risvolti sullo sviluppo agricolo sono stati scarsi, se non nulli. E’ più facile trovare prodotti a marchio europeo nei mercati africani, con prezzi inferiori rispetto a quelli nazionali, creando uno squilibrio che non favorisce l’imprenditorialità locale.

L’Unione europea, inoltre, tende ad implementare la partnership multilaterale per frenare – o tentare di farlo – il nuovo attivismo britannico dopo l’uscita dall’Unione europea. Londra, infatti, tende a dare nuovo vigore al Commonwelth.  Un’ipotesi allo studio, infatti, è quella di far convergere lo storico Department for International Development (Dfid) nel Foreign and Commonwealth Office.  Non a caso nel 2020 gli investimenti britannici in Africa si sono concentrati nella parte orientale del continente e lungo il Golfo di Guinea, regioni con gli Stati ex colonie britanniche, protettorati e territori occupati. Nello scorso anno sono stati siglati 19 trattati bilaterali, anche con paesi non ex colonie come il Gabon e l’Angola. Partner nuovi e vecchi.

Dal canto suo, l’Africa vuole avere maggiore voce in capitolo, incidere di più nella difesa dei propri interessi. L’entrata in vigore dell’area di libero scambio – AfCta – può rappresentare una forza per le negoziazioni, superando quelle bilaterali, dando impulso all’industrializzazione dell’intero continente e riequilibrare le relazioni anche con l’Unione europea.

Se l’Accordo del 2000 aveva caratteristiche principalmente “commerciali”, se pur sbilanciate a favore dell’Europa, la revisione, già in parte negoziata nel 2020, anche se con notevoli difficoltà – i vertici previsti tra Ue e Paesi africani sono saltati a causa della pandemia di coronavirus e per divergenze di “visione” degli interlocutori – spinge su temi, anche qui molto cari all’Europa e meno all’Africa. In particolare, l’Unione europea preme maggiormente per far prevalere i suoi interessi: transizione verde e gestione delle migrazioni rispetto ai temi commerciali. Il tema della liberalizzazione commerciale, tanto enfatizzato nella convenzione del Duemila per l’Ue può passare in secondo piano, anche se gli accordi di partenariato, tanto contestati, rimarranno in vigore.

L’accordo politico che si va delineando dovrebbe, secondo la logica della Ue, ridefinire le relazioni tra il vecchio continente e l’Africa, rilanciandole. L’agenda imposta dall’Ue, tuttavia, fa soprattutto leva sulle migrazioni e la mobilità. Ed è proprio su questi temi che le divergenze sono enormi. Uno dei temi principali di scontro rimane quello degli accordi su rimpatri più stringenti, rafforzando le intese precedenti. Gli strumenti normativi sono in fase di negoziazione ma, su questo tema e su altri, l’Ue dovrà riconoscere le legittime aspettative dei paesi africani che tendono a rendere meno asimmetrica e verticista la relazione con il continente africano. Occorre, inoltre, sottolineare, che i paesi nordafricani sono esclusi dalle negoziazioni.

Un’altra novità significativa è l’assenza di riferimenti alle risorse finanziarie – come annota Luca Barana su Affarinternazionali.it – che dovrebbero sostenere l’implementazione dell’accordo e, in particolare, la mancanza di qualsiasi riferimento al Fondo europeo di sviluppo (Fes). Il Fes è stato a lungo la principale fonte di finanziamento della cooperazione allo sviluppo Ue, in particolare in Africa, ed era strettamente collegato all’Accordo di Cotonou, rimanendo al di fuori del bilancio dell’Ue. La sua mancata inclusione, per il momento, nell’accordo post-Cotonou è legata alla scelta di includere per la prima volta il Fes nel Quadro finanziario pluriennale, il bilancio dell’Unione per il periodo 2021-2027.

Pochi giorni dopo l’accordo sul post-Cotonou, è anche arrivata l’intesa fra Consiglio e Parlamento europeo sul nuovo strumento per il Vicinato, lo Sviluppo e la Cooperazione internazionale (Ndci) da 70,8 miliardi di euro, che – inserito all’interno del bilancio settennale – finanzierà anche la cooperazione con i paesi Acp.

L’accordo politico, anche se con fatica e con non pochi attriti, in particolare tra Ue e Ua, è stato raggiunto. Il nuovo partenariato, dunque, sostituirà gli Accordi di Cotonou – che rimarranno in vigore fino al novembre del 2021 – ma prima dovrà essere approvato, firmato e ratificato dalle parti in causa. Se ne parla a novembre, salvo accelerazioni improvvise.

(Angelo Ravasi)

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