Tunisia – L’arcivescovo di Tunisi: «Qui cresce il flusso dei migranti»

di Enrico Casale
Sud Sudan: il più grande serbatoio di migranti del mondo
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

“Quello a cui assistiamo è un aumento dell’arrivo di migranti in Tunisia”. Sulle conseguenze degli accordi tra Italia e Libia riguardo al contrasto dell’immigrazione clandestina, l’arcivescovo di Tunisi mons. Ilario Antoniazzi racconta la propria testimonianza “sul campo”.
“Gli sbarchi qui aumentano di giorno in giorno, e il lavoro della Chiesa è molto vasto. Prima di tutto c’è l’accoglienza – specifica mons. Antoniazzi – di queste persone ferite, affamate, violentate, in fuga dalla Libia per le torture subite nei campi profughi”. “Questi nostri fratelli – prosegue l’arcivescovo – considerano la Chiesa un punto di riferimento molto importante”.
Un altro fronte di intervento in cui agisce soprattutto la Caritas, è l’assistenza ai migranti prigionieri nelle carceri tunisine. Alla domanda sul pericolo di radicalizzazione, mons. Antoniazzi è molto chiaro : “il pericolo esiste. Essendo queste persone fragili, fisicamente e psicologicamente, diventano campo fertile per l’indottrinamento dell’Isis. Il nostro lavoro – aggiunge – è di rimanere con loro, metterli soprattutto in contatto con la famiglia d’origine e far capire che non sono abbandonati. Che la Chiesa è al loro fianco”.
Tuttavia, nonostante le sofferenze patite, “preferiscono morire nel Mediterraneo” e proseguire il loro viaggio verso l’Europa: “hanno sempre la speranza di poter partire – spiega l’arcivescovo -. L’Europa rimane un po’ il paradiso terrestre. Mai ritorneranno nei loro Paesi. E’ una questione d’onore perché, per partire, la famiglia o la tribù ha dovuto vendere campi o addirittura la casa. E allora, ritornare sarebbe un vero disonore”.
E’ qui che l’azione della Chiesa va oltre i confini. Grazie ad una stretta collaborazione tra la Caritas tunisina e quelle dei vari Paesi di provenienza dei migranti assistiti, sono nati progetti che hanno permesso il rientro in patria di numerosi profughi, dando loro la possibilità di lavorare e aiutare anche la famiglia d’origine.
Non tutti, però, accettano questa proposta, e alcuni non sono riusciti a sopravvivere abbastanza a lungo per raggiungere il proprio Paese. Eppure, nulla riesce a fermare il lavoro operoso e silenzioso della Chiesa, la cui grande preoccupazione è poter “rimanere al fianco di questi nostri fratelli”.
(14/10/2017 Fonte: News.va)

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