Treviso | Virus, proteste e speculazioni

di Stefania Ragusa
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L’aspetto davvero incredibile del pasticciaccio brutto assai legato all’ex caserma Serena è che chi ha creato la struttura fonte del problema, ora chiede di rimuoverla perché è fonte del problema da lui creato. Il resto era tutto prevedibile e previsto.

Ma ricapitoliamo i fatti. Cominciando dall’inizio, però, e non dagli ultimi fatti di cronaca. Cominciando da Matteo Salvini e dai suoi decreti sicurezza – leggi che, ricordiamolo, già che ci siamo, se ne stanno ancora là a far danni, nonostante la Lega non sia più al Governo. Ebbene, questi decreti, tra altre cose, chiudevano le porte ai (pochi) tentativi di organizzare un modello di accoglienza diffuso per ritornare a quello di concentrare i richiedenti asilo in grandi strutture. Un vero e proprio regalo per le lobby dell’accoglienza che potevano continuare a fare business sui grandi numeri, senza il fastidio di dover concedere servizi ai propri “ospiti” forzati o di prevedere progetti di inclusione sociale. Inutili le proteste, pressoché unanimi, dell’intero arcipelago associativo che si occupava dei migranti e che aveva denunciato tutto quello che poi si è verificato: aumento delle spese complessive per l’accoglienza, drastica diminuzione dei posti di lavoro per gli operatori, riduzione dei servizi ai richiedenti come l’insegnamento dell’italiano e l’orientamento legale, difficoltà di procedere con nuovi inserimenti lavorativi e anche di mantenere quelli già in atto, rischio di ghettizzazione non solo per gli ospiti di queste mega strutture ma per tutta l’area urbana in cui sono collocate con conseguente pericolo di infiltrazioni criminali. Insomma, i decreti sicurezza e immigrazione hanno peggiorato ulteriormente un sistema di accoglienza che non se la passava molto bene e che di “accoglienza” aveva solo il nome.

Poi è arrivato il coronavirus e questi grandi assembramenti di persone si sono rivelati ancora più pericolosi di quanto si immaginasse all’inizio. Intendiamo, pericoloso non solo per i richiedenti asilo ma per tutta cittadinanza perché il virus, a modo suo, è democratico, e colpisce senza stare a vedere se l’infettato ha il passaporto in regola. Nel centro di accoglienza situato nell’ex caserma Serena, a Dosson di Casier, paesino a ridosso di Treviso, si è verificato appunto questo, quando un operatore della srl Nova Facility di nazionalità pakistana ha portato all’interno della struttura il Covid 19, obbligando il Comune, lo scorso giovedì 11 giugno, a isolare la struttura e scatenando le immediate proteste dei migranti, subito sedate dalla polizia.
Il caso è stato subito cavalcato dalla destra che ha accusato i migranti, tacciati di ingratitudine, di non voler rispettare le regole valide per tutti gli italiani. Non è mancato lo striscione di Casa Pound che invita a chiudere la struttura e le esternazioni nelle stesso senso dell’ex ministro Salvini che ha fatto finta di dimenticare che queste mega strutture sono anche merito suo.

«Che queste grandi ed inumani centri vadano chiusi lo diciamo anche noi e da molto prima delle destra. Come si può pensare di fare accoglienza ghettizzando i richiedenti asilo in queste mega strutture senza servizi? La differenza tra noi e la destra è che, per noi, queste persone sono solo vittime di una mala gestione e di una idea di accoglienza gestita come un business che parte dal 2015 quando l’ex caserma è stata adibita a CAS», spiega Fabrizio Urettini, ideatore del progetto Talking Hands che ha aperto a tanti migranti le porte del mondo del design creativo e della moda.
«L’ex caserma era già stata posta in isolamento quando il virus è arrivato a Treviso. Sono stati momenti duri per tutti, ma soprattutto per loro che sono stati pressoché abbandonati dalla srl che gestisce la struttura. Adesso che finalmente ne stavano uscendo ed avevano ripreso ad andare al lavoro, si sono visti chiudere un’altra volta le porte in faccia perché non è stato fatto il tampone e neppure imposta la quarantena d’obbligo ad un operatore che tornava dal Pakistan. Insomma, se si sono incazzati, un motivo c’era, giusto? E non è certo perché non vogliono rispettare le regole di sicurezza, come sono stati accusati da certa stampa!».

L’ex caserma è gestita dalla srl Nova Facility sorta alle ceneri dell’impresa Pio Guaraldo spa, chiusa per fallimento con un buco di svariati milioni. Un anno fa, la coop napoletana Marinello aveva vinto il bando per la gestione del centro ma, dopo una battaglia in tribunale, la gestione è ritornata nella mani della srl trevigiana. Oggi la Nova Facility gestisce anche tutti i servizi sociali di Treviso. «Trovo vergognoso», conclude Urettini, «il tentativo degli amministratori della Nova Facility di addossare la colpa di quanto successo all’operatore pakistano, dipinto come un tipo losco che prendeva l’ibuprofene per non far scoprire che aveva la febbre. Ma sono stati loro a spedirlo al lavoro, servizio mensa per di più, il giorno dopo il suo ritorno a Treviso, senza quarantena e senza tampone». Due giorni fa, un ospite della struttura, è stato trovato positivo al virus e ricoverato nel reparto malattie infettive.  Risultato: ancora lockdown per i migranti, ancora proteste e ancora accuse di volere spargere il contagio da parte degli amministratori di destra che governano il territorio.

«I migranti costretti a vivere in quel posto orribile che è l’ex caserma Serena non sono untori», commenta Monica Tiengo dell’Adl  Cobas Treviso, «Sono le vittime dei decreti sicurezza voluti da Salvini. Le vittime di un sistema che li vuole prigionieri in uno dei più grandi hub della regione. Fin dalla sua apertura chiediamo che quel posto venga chiuso e che i richiedenti asilo vengano distribuiti in strutture più piccole dove poter vivere dignitosamente. Dopo due mesi chiusi li dentro a causa del lockdown ora debbono subire un’altra quarantena perché l’ente gestore non ha seguito le norme minime di prevenzione. L’ente gestore dovrebbe vergognarsi per le ricadute che comporta questa improvvisazione e farsi da parte. E in generale è ora che chiunque la smetta di lucrare e cercare consenso politico sulle pelle dei migranti».

(Riccardo Bottazzo)
*L’articolo è uscito su Melting Pot e lo ripubblichiamo con l’autorizzazione dell’autore

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