Sposare un rifugiato al tempo del covid

di Stefania Ragusa
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Ho conosciuto Soumaila tre anni fa e, dopo una convivenza di quasi tre anni, abbiamo deciso di sposarci. Sono stati mesi molto impegnativi: in Italia, sposarsi non è semplice per un rifugiato politico. Con una pandemia in corso la cosa si complica ulteriormente. Abbiamo speso sei mesi spesi tra uffici e scartoffie e fino all’ultimo momento abbiamo temuto di non farcela.L’iter burocratico è lungo e mentre si è impegnati a seguirlo, l’impressione è quella di trovarsi alle prese con un impercorribile gioco dell’oca. Ma noi siamo andati avanti con determinazione: dopo peripezie, attese e varie incognite abbiamo raggiunto il traguardo pochi giorni.
Un rifugiato politico, non può per ovvie ragioni rientrare nel suo paese d’origine. Questo comporta la necessità di produrre in loco il certificato di stato libero. E non è proprio un processo lineare. Soumaila ha preso ad ottobre un appuntamento presso il Tribunale Civile Ufficio Atti Notori (la prima data utile non è mai prima di due mesi) e qui, accompagnato da due testimoni con documento d’identità valido, ha prodotto l’atto di notorietà di stato libero. Quindi, in un giorno prefissato, si è dovuto recare presso UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) per produrre il nullaosta per matrimonio (che ha una validità di 6 mesi). Quest’ultimo è stato poi legalizzato presso la Prefettura. In tempi normali si tratta di un passaggio che prende un tempo di circa un tempo di tre mesi. Una volta legalizzato il nullaosta, che ha una validità di sei mesi, si avvia l’iter per le pubblicazioni e viene fissata la data del matrimonio. Ma il tempo del Covid-19, come è chiaro, non è affatto “normale”. A marzo si è fermato tutto. In particolare, l’estratto di nascita, che doveva arrivare a Roma da Milano, era “bloccato”. La pratica andava avanti, ma lentissimamente e senza certezze. Abbiamo deciso comunque di non fermarci e siamo stati premiati.
Purtroppo non abbiamo potuto organizzare alcuna festa. Abbiamo comprato anelli e abiti di fretta dopo il 18 maggio, aspettando le riaperture dopo il lockdown. Soumaila, per via del covid, non ha potuto avere vicina la sua famiglia, ma, da dietro le quinte c’erano tutte quelle persone che ci hanno sostenuto in questo cammino e hanno creduto in noi. Quel giorno è arrivato e accompagnati dal suono della voce di un vero griot, ora siamo marito e moglie. L’Italia ha adottato Soumaila e il Mali, in cui un giorno speriamo di potere andare insieme, ha adottato me.

(Roberta Parravano Diawara)

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