Nairobi | Il covid negli slum raccontato da chi ci vive

di Enrico Casale
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«Qui in Kenya, con l’arrivo di “Corona” abbiamo avuto tanti problemi. Prima di tutto il coprifuoco, che impedisce a chiunque di uscire di casa dalle 7 di sera alle 5 del mattino (adesso è stato ristretto dalle 21 alle 4). Poi la polizia che ha iniziato a picchiare ed arrestare la gente, tanto che ci sono stati, nei primi giorni, più morti per le violenze della polizia che per il virus».

Leslie Adhiambo – 15 anni, la mamma sarta e il papà disoccupato, due fratellini in età scolare – ci accompagna per i vicoli del sobborgo di Nairobi dove abita. Una sorta di minireportage, di cui presentiamo nel video alcuni momenti, per raccontare cosa significhi il covid-19 nella vita quotidiana dei residenti degli slum.

«Qui a Kariobangi – dice con spigliatezza Leslie – il governo ha demolito diversi edifici perché costruiti su terreni demaniali, ma a questo punto andrebbero demolite non so quante case. Poi abbiamo avuto il problema degli affitti, l’economia è andata giù, la gente non lavora ed è senza soldi, così in molti si sono trovate a non poter pagare l’affitto. Ma i proprietari sono stati spietati: hanno tolto i tetti e le porte dalle case delle persone che non pagavano l’affitto».

Che cosa si dice negli slum del coronavirus? «La gente pensa che il virus sia un’invenzione del governo per far mettere soldi nelle tasche dei politici. Infatti sono arrivati tanti aiuti dall’estero, che sono spariti. Da dopo la chiusura delle scuole almeno 4.000 ragazze sono rimaste incinte, e non potranno rientrare perché a gennaio saranno già madri. Questo perché le ragazze vanno a dormire senza niente nella pancia e vengono così facilmente adescate dal primo che mette loro davanti un po’ di cibo. Non possiamo poi fare le lezioni online perché non abbiamo internet e i nostri genitori non sono in grado di aiutarci negli studi. Un altro effetto della fame è stato l’aumento dei furti. La pandemia, insomma, ha avuto più effetti economici che sanitari e la fame bussa alle porte di milioni di keniani».

(Fabrizio Floris)

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