Manu Dibango ed Enzo Avitabile, la strana coppia

di Diego Fiore
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«Nella mia vita ho fatto tanti incontri importanti. Il primo è stato quello con James Brown, che poi mi ha fatto conoscere Afrika Bambaataa, Fela Kuti, quindi Manu Dibango, per me il Maceo Parker africano. Suonare con lui è stato meraviglioso, Manu era una forza della natura. Abbiamo fatto tante cose insieme, in Italia e all’estero, mi ricordo una serie di bellissimi concerti in Francia. Una grande esperienza». Enzo Avitabile, il più internazionale dei musicisti italiani, ricorda così Manu Dibango, il grande sassofonista nato nel dicembre del 1933 a Douala e scomparso lo scorso 24 marzo a Parigi a causa di complicazioni legate al covid-19.

Autore di un album che è considerato un classico dell’afro-funk, il gioiello Soul Makossa, uscito nel 1972, Dibango ha sempre cercato di sviluppare nel corso della sua avventura artistica una musica personale che, partendo dalle tradizioni del suo Paese, il Camerun, ha incontrato le nuove sonorità del jazz, del funky e del soul. È su questo terreno che, nei primi anni del 2000, è avvenuto l’incontro con Enzo Avitabile, anche lui artista sempre attento alla realtà che lo circonda e pronto a guardare al nuovo senza mai dimenticare le proprie radici partenopee, la sua cultura e la sua storia. «Io ho cominciato a suonare da piccolo», spiega Enzo, «dopo aver sentito un pezzo di James Brown al juke box. James per me è stato importantissimo: ho iniziato a suonare grazie a lui, ma la cosa importante è avvicinarsi a certe forme musicali per poi dar vita a cose nuove, differenti. Se non c’è questo la forma diventa colonizzazione. Ho suonato con James Brown e credo di essere stato l’unico bianco povero a farlo, ma era lui stesso a ripetermi sempre di cercare di andare aldilà dell’imitazione, di raccontare la mia storia, di suonare a modo mio. Lui per me è stato il battesimo vero. Mi ha insegnato il rapporto con il groove, con il tamburo, con la poliritmia africana».

Una testimonianza preziosa di quanto il sassofonista napoletano abbia assimilato i consigli di James Brown arriva sicuramente dalle immagini del concerto del Primo Maggio del 2008 in piazza San Giovanni a Roma: in quell’occasione Enzo Avitabile si presenta sul palco insieme a una fantastica formazione di percussionisti della provincia di Caserta,  I Bottari di Portico, che per suonare utilizzano botti, tini e falci. Ospite speciale proprio Manu Dibango. I due artisti danno vita a una sorta di viaggio psichedelico fra i ritmi del mondo – complici le ipnotiche percussioni dei Bottari e il fraseggio dei loro due sassofoni – sulle note di Soul Makossa, Salvamm’o munno, la canzone che dà il titolo all’album del 2004 di Avitabile, e con un’inaspettata e divertente citazione di Prisencolinensinainciusol di Adriano Celentano. A Salvamm’ o munno si ispira Simm’ tutt’uno, il brano uscito in questi giorni, che Avitabile ha registrato a distanza durante la quarantena insieme ai Bottari di Portico, a Jovanotti e agli Ackeejuice Rockers, e che è nato dalla partecipazione di Enzo al concerto che Jovanotti ha tenuto la scorsa estate a Castel Volturno per il Jova Beach Party. Nel brano, che vuole segnare un momento di ripartenza dopo un periodo per tutti veramente difficile, Avitabile ha voluto inserire anche una traccia del sassofono di Dibango, rendendo così omaggio alla sua memoria, al suo talento e in generale a tutta la musica africana. «Per me è stata importantissima la musica africana – racconta – perchè è la mamma della poliritmia. Ma Africa non è solo musica, è anche tanta cultura e questo noi occidentali spesso lo dimentichiamo. Non dobbiamo scordare che l’Africa è una grande civiltà, più antica della nostra. Mi piace anche il fatto che già da tempo la musica africana non sia solo ritmo e tamburi, ma che ci siano compositori di vario genere, musicisti classici, direttori d’orchestra. Posso dire che suonare con tanti artisti africani per me è stata davvero una fortuna: Mory Kante, Alpha Blondy, Hugh Masekela, Manu Dibango, Cheb Khaled… sono completamente d’accordo con quello che diceva Youssou N’Dour: “L’Africa è un punto di luce”».

(Stefano Milioni)

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