Lettera a mia moglie infermiera

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

Ti ho vista tornare a casa, stremata e sconvolta, dopo un’interminabile giornata di lavoro. Il volto scavato dalla fatica, il sorriso tirato, gli occhi lucidi, lo sguardo velato da un’ombra ineffabile. Addosso i segni della mascherina e degli occhiali protettivi. Poca voglia di parlare. Solo il desiderio di una doccia calda: per sciogliere la tensione, far scivolare via i cattivi pensieri, lavare le ferite della lunga battaglia. L’ennesima.

Ti ho vista piangere, in silenzio. Avrei voluto stringerti forte per consolarti e incoraggiarti. Avrei voluto prenderti tra le braccia per scaldarti in questi freddi giorni di primavera. Se solo avessi potuto. Nemmeno una carezza, dannazione, per alleviare la tua sofferenza.

Non mi è restato che ascoltarti. Un filo di voce incerta che man mano cresceva fino a diventare un fiume in piena: di emozioni e di rabbia. Parlavi e mi guardavi per assicurarti che capissi fino in fondo: quello stesso sguardo con cui, quando ero bambino, mi osservavano i partigiani sopravvissuti alla guerra, mentre io ascoltavo incredulo i loro racconti.

Anche questa, a ben guardare, è una guerra. Una strana guerra con un nemico invisibile ai più. Non a te. Tu lo vedi ogni giorno assieme ai tuoi colleghi e compagni di lavoro impegnati ad affrontare l’emergenza, in prima linea.
Ogni giorno in trincea contro il male impalpabile che ci ha allontanato dai nostri affetti, che ha scacciato i bimbi dai parchi fioriti, che ha fatto piombare sulle nostre città un silenzio irreale, sinistro, spettrale.

La minaccia oscura che ha lacerato le famiglie, che ha sconvolto ogni programma, che ha frantumato le certezze, che d’un tratto ci ha fatto sentire fragili e vulnerabili, insinuando il terrore nelle nostre vite. Il virus che toglie il respiro, quel flebile soffio di speranza che svanisce come una candela nella notte.

Migliaia di innocenti soffocano nella solitudine. Si spengono senza il conforto dei propri cari. Senza un gesto di pietà, un estremo saluto. Manco un funerale. Solo voi, con la vostra compassione, ad accompagnarli in questa pena.

Voi che vedete la forza distruttrice crescere come un mostro. Vedete le sue vittime, sofferenti e talvolta agonizzanti, ogni giorno più numerose, che chiedono il vostro aiuto. Sentite addosso lo sconforto e il timore di esserne sopraffatti. Ma non mollate.

Vi chiamano “eroi”, “angeli”. E, certo, meritate gratitudine e plausi. Ma siete donne e uomini che fanno il proprio mestiere. Come sempre. Solo che oggi la gente si accorge di quanto sia importante, prezioso. Vitale. E chissà se lo terrà a mente quando la tempesta sarà passata e i giorni bui che stiamo vivendo saranno solo un lontano ricordo.

Io, ti prometto, non lo scorderò. Non scorderò il tuo viso esausto e tormentato, il peso dell’ansia che ti resta appiccicata addosso la notte, quando il tuo respiro si fa affannoso e i tuoi sonni agitati.
Vorrei allontanarti da questi incubi, portarti lontano da qui, su una spiaggia accarezzata dalle onde. Lo farò appena sarà possibile, quando tutto questo sarà finito. E il mare e il sole spazzeranno via ogni angoscia, ogni paura.

Orgoglioso di te

Marco Trovato (direttore editoriale)

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