La famosa invasione dei cinesi in Africa

di claudia
Tempo di lettura stimato: 13 minuti

La Cina viene spesso dipinta come una potenza neocoloniale, predatrice e senza scrupoli, che mette le mani sulle risorse del continente africano, sfrutta la manodopera e finanzia i dittatori più spietati. È davvero così?

di Angelo Ferrari e Marco Trovato

C’è stato un momento, lo scorso aprile 2020, in piena emergenza sanitaria, in cui i rapporti tra Africa e Cina si sono improvvisamente raffreddati. Dal Guangzhou (la provincia che conoscevamo come Canton) sono filtrate notizie di discriminazioni e violenze su immigrati africani (principalmente nigeriani, beninesi, togolesi, ugandesi, ghanesi), accusati di diffondere il covid-19. Le immagini e le testimonianze degli aggrediti hanno subito fatto il giro del mondo, provocando in Africa reazioni indignate, nelle piazze come negli ambienti diplomatici.

Inedita tensione

In Nigeria e Ghana sono stati convocati gli ambasciatori cinesi e il presidente della Commissione dell’Unione Africana Moussa Faki ha annunciato di aver «invitato» l’ambasciatore cinese presso l’Ua per esprimergli la sua «estrema preoccupazione». Cyril Ramaphosa, capo dello Stato sudafricano e presidente di turno dell’Ua, ha dichiarato che il maltrattamento degli africani in Cina è «incompatibile con le eccellenti relazioni esistenti tra Cina e Africa».

La crisi si è aggravata per l’atteggiamento di Pechino sul debito africano. La decisione del G-20 di sospenderlo (fino a fine anno) in occasione della pandemia, infatti, è stata osteggiata dalla Cina, facendo salire la tensione. La testata online Politico ha rilevato «una rara resa dei conti diplomatica tra funzionari cinesi e africani, in rottura con una lunga tradizione che vedeva l’Africa esprimere i suoi problemi con la Cina, il maggiore partner commerciale del continente, a porte chiuse». La posizione in cui si trova oggi la Cina – principale creditore del continente, superando la Banca mondiale – l’ha resa meno propensa alla flessibilità sul debito. Pechino, inoltre, ha subito pesanti contraccolpi per l’arresto dei grandi progetti infrastrutturali in corso in Africa, fermi per mesi causa coronavirus. Il rallentamento della sua economia ha poi avuto conseguenze anche sugli affari africani. Il giornale O País di Maputo ricorda come già prima dell’epidemia gli scambi Cina-Mozambico fossero crollati: di oltre il 28% a gennaio-febbraio 2020 rispetto allo stesso bimestre del 2019. Tasso analogo, ma per volumi assoluti ben più grandi, per l’Angola.

La crisi diplomatica è tuttavia acqua passata e le tensioni innescate dalla pandemia (blocco dei cantieri e dei collegamenti, e crollo dei prezzi delle materie prime a causa dalla recessione) non hanno compromesso un’ormai solida storia di relazioni economiche.

Lavoratori cinesi e africani nel cantiere di una stazione e di una ferrovia che fa parte di un progetto di aiuto allo sviluppo della Cina in Angola in cambio di petrolio
A interessare la Cina, come le potenze occidentali, sono le materie prime, di cui l’Africa è ricchissima. Ma anche nuovi mercati su cui vendere la propria merce

La locomotiva cinese

Le grandi opere sono ripartite, a cominciare dalle ferrovie. «La locomotiva cinese ha bisogno degli spazi infiniti dell’Africa per continuare a correre». Così un imprenditore di Canton, seduto accanto a noi su un volo diretto in Mauritania, mi ha spiegato il dinamismo del suo Paese nelle nuove reti ferroviarie del continente africano.

Ci sono tornate in mente le sue parole leggendo dell’accordo tra governo sudanese e China Railway Design Corporation per la costruzione di una ferrovia che collegherà il porto di Port Sudan, sul Mar Rosso, a N’Djamena, capitale del Ciad: 2.400 chilometri. La Cina fa le cose in grande, specie quando si tratta di vie ferrate. A partire dagli anni Sessanta – quando Pechino sponsorizzò la Tazara, tra Zambia e Tanzania – le imprese (e gli operai) cinesi hanno posato a sud del Sahara più di 7.000 chilometri di rotaie.

La Addis Abeba-Gibuti è stata inaugurata l’ottobre 2016: ha sostituito la vecchia linea dei francesi del 1917. Tre anni fa ha aperto la Nairobi-Mombasa, 470 chilometri, finanziata e costruita da Pechino per un ammontare di 3,2 miliardi di dollari. Nei piani di Pechino c’è anche l’alta velocità tra costa orientale e costa occidentale: da Gibuti alla Nigeria, o al Camerun. Materiale rotabile cinese, come del resto ingegneri, capistazione, macchinisti e responsabili dei servizi di bordo in divisa rossa e guanti bianchi.

Spie e sfruttatori?

I legami tra Cina e Africa affondano nella storia (1415: mentre le caravelle portoghesi approdano nel Golfo di Guinea, una nave commerciale cinese porta a Pechino una giraffa). Pechino ha giocato un ruolo di alleato nella decolonizzazione. E dalla fine degli anni Novanta i cinesi sono andati sempre più in Africa a fare affari.

Dapprima con i Paesi produttori di petrolio: Nigeria, Angola, Gabon, Sudan, cui si sono aggiunti lo Zambia, per via del rame, la Repubblica Democratica del Congo (rame ma anche cobalto, alluminio, coltan, oro…), il Mozambico e via via tutti gli altri. Oggi il numero di immigrati cinesi in Africa è stimato per difetto in un milione e duecentomila. Negli ultimi vent’anni è esploso un imponente flusso migratorio (nel 1998, i cinesi erano 150.000 in tutta l’Africa) e procede a ritmi impressionanti. A sbarcare sono soprattutto operai, imprenditori e commercianti delle zone costiere orientali della Repubblica Popolare Cinese, come la provincia dello Zhejiang: la stessa che ha alimentato le Chinatown di Roma, Milano, Napoli o Firenze. Comunità piuttosto chiuse, che fanno dell’isolamento o, meglio, dell’autosufficienza, un modello irrinunciabile. È difficile studiare il mondo cinese in Africa. I rapporti con la popolazione locale sono ridotti al minimo. E il distacco alimenta pregiudizi e diffidenze. A Luanda, tanti angolani ritengono che le decine di migliaia di cinesi impiegati nei cantieri siano prigionieri ai lavori forzati. Altrove – in Zambia, Etiopia e Congo – abbiamo sentito amici africani parlare con disprezzo degli «uomini con gli occhi a mandorla», additati talvolta come «spie comuniste», «truffatori» o «sfruttatori».

«Meglio degli europei»

Altri amici sono più benevoli, e non risparmiano frecciate agli occidentali: «Voi europei avete combinato solo disastri qui, i cinesi parlano poco ma fanno cose utili al nostro sviluppo».

Non solo ferrovie. Anche strade, ponti, dighe, scuole, stadi, porti, aeroporti, palazzi governativi. Innalzano dal nulla, e in tempi record, intere città. Creano migliaia di posti di lavoro in miniere, piantagioni, magazzini e società di import-export. Appagano gli appetiti dell’incipiente classe media africana importando beni di consumo poco costosi, dai cellulari alle biciclette.

«È in Mali che ho compreso fino in fondo le vere dimensioni della presenza cinese nel commercio africano – racconta il giornalista Matteo Fraschini Koffi –. Nel 2013 il presidente francese François Hollande entrava vittorioso in Bamako dopo che Parigi era intervenuta militarmente per “respingere l’offensiva jihadista”. Per le strade della capitale migliaia di persone sventolavano il tricolore francese e gridavano “Vive la France!”. Ho cominciato a chiedere da dove venissero tutte quelle bandierine. “Seguimi e ti faccio vedere”, mi disse un ragazzo che aveva venduto tutte le sue e doveva procurarsene altre. Nel mezzo del mercato centrale, tra centinaia di negozi, c’erano alcuni cinesi con decine di scatoloni da cui tiravano fuori le bandierine biancorossoblù… Made in China, ovviamente».

Il giornalista belga David Van Reybrouck, autore del best seller Congo, racconta: «Ho notato che i congolesi si esprimevano in maniera ambivalente nei confronti della presenza cinese. Nel loro sguardo si mescolano ammirazione e diffidenza, un paradosso che si traduce spesso in leggera derisione. Nelle relazioni sociali i cinesi vengono considerati freddi e poco socievoli. Non ridono quasi mai, è il giudizio di molti, non si mescolano con noi! Ovviamente la barriera linguistica e le grandi differenze culturali non agevolano i contatti. Gli uomini che lavorano per i cinesi (donne non ce ne sono) si comportano in maniera ossequiosa, ma di nascosto li prendono in giro – un atteggiamento simile a quello adottato un secolo prima nei confronti degli europei. Ciò non toglie che molti siano impressionati dalla rapidità con cui lavorano».

Scandali e contratti

La Cina è diventata il primo partner commerciale e maggior investitore dell’Africa — dal 2009 vi ha investito 400 miliardi di dollari – e si muove a tutto campo, non solo nel settore delle materie prime e nelle infrastrutture: spazia dall’alta tecnologia al manifatturiero di base. In Africa sono presenti più di 10.000 aziende cinesi e nel settore delle infrastrutture è cinese più del 50% delle imprese. La progressione è impressionante: nel 1999 il volume degli scambi era di 5,6 miliardi di dollari, nel 2006 è arrivato a 50 e nel 2014 ha raggiunto i 216. E il suo predominio è andato consolidandosi.

Pechino ha conquistato il primato delle relazioni diplomatiche ed economiche con nazioni strategiche un tempo legate all’Europa o agli Usa. La stessa sede dell’Unione Africana, una torre di venti piani inaugurata otto anni fa ad Addis Abeba, è stata presentata come un regalo della Cina. Tuttavia, secondo Le Monde, Pechino avrebbe fatto un regalo a sé stessa, collegando la rete informatica del palazzo a una centrale di spionaggio a Shanghai. Vero o falso che sia (l’ambasciatore Kuang Weilin presso la Ua ha nettamente smentito), nel 2019 l’Unione Africana ha firmato un importante accordo con Huawei per estendere la partnership fino al 5G e all’intelligenza artificiale. Huawei è sbarcata nel continente prima dei colossi occidentali.

Quel che è certo è che la Cina in Africa fa i propri interessi: accede a risorse minerarie e naturali cruciali, s’impossessa di terre fertili, convoglia il surplus manifatturiero su nuovi mercati, stringe alleanze militari che consolidano la sua influenza, permette alle imprese di delocalizzare gli impianti abbattendo i costi della manodopera. Un esempio su tutti è quello della Rd Congo. Contro un prestito di 9 miliardi di dollari per la modernizzazione dei sistemi stradali e ferroviari, Kinshasa ha concesso ai cinesi i diritti per estrarre fino a 10 milioni di tonnellate di rame e 420.000 di cobalto in 15 anni. Il 54% delle risorse globali di cobalto si trova in Congo. Nel 2019 la Cina ha importato cobalto per 1,5 miliardi di dollari. Al secondo posto viene l’India, con 3,2 milioni.

Non solo. L’Africa offre uno sbocco a moltitudini di contadini e manovali cinesi a bassa scolarizzazione che rappresentano una spina nel fianco per Pechino, alle prese con boom demografico, metropoli sovraffollate, crescenti sperequazioni sociali.

Helen Hai, CEO del ramo Overseas Investment del Gruppo Huajian e CEO della fabbrica di scarpe Huajian Group. La fabbrica produce scarpe di alta qualità per i mercati europei e asiatici, impiega 2000 persone, 1670 delle quali sono etiopi.

Niente di nuovo

Quella cinese è certamente una nuova forma di colonialismo, ma a ben guardare risponde alle logiche di sempre: petrolio dall’Angola e dalla Nigeria, rame dal Congo, uranio dalla Namibia, bauxite dalla Guinea… In molti accusano il Dragone di sostenere regimi autoritari, è però difficile sostenere che gli europei in passato si siano comportati diversamente. Basti pensare alla lunga teoria di dittatori che hanno goduto della connivenza delle ex potenze coloniali. Considerazioni simili valgono per le critiche a Pechino – peraltro spesso fondate – riguardanti i danni ambientali, la qualità scadente e gli impatti dei suoi prodotti, lo sfruttamento dei lavoratori, la vocazione predatrice e l’atteggiamento razzista. Niente di nuovo sotto il sole…

L’invasione delle stoffe cinesi, di bassa qualità e talvolta tossiche, ha devastato la produzione artigianale dalla Costa d’Avorio alla Tanzania, dalla Rd Congo al Ghana. Analogamente, l’Europa permette di esportare le automobili vecchie (un esempio fra i tanti), inquinanti e insicure per il vecchio continente ma… adatte per l’Africa. La crescente domanda cinese di pelli d’asino (per produrre un popolare farmaco tradizionale contro l’insonnia e per aumentare la libido, l’ejiao) ha drasticamente ridotto la popolazione di asini – e fatto volare il loro prezzo – in Niger, Etiopia, Kenya e Burkina Faso, con conseguenze drammatiche per i contadini, cosa che ha spinto i governi a porre qualche freno alla mattanza. La richiesta di avorio e corni di rinoceronte alimenta il bracconaggio, mettendo a rischio specie già minacciate di estinzione.

La nuova via della seta

La Belt and Road Initiative cinese, oltre al collegamento con l’Europa, privilegia le relazioni con l’Africa orientale, straordinaria porta d’ingresso per un’invasione pacifica, ma non senza conseguenze, dell’intero continente. L’adesione africana alla “via della seta” è stata unanime. Perché attrae tanto?

I leader africani la percepiscono come una tangibile alternativa agli incerti piani di investimento a lungo periodo proposti da europei e americani. I russi già piacciono di più, poiché offrono su un piatto d’argento armamenti e addestramento militare. Pechino, tuttavia, ha saputo sfruttare la complessità delle garanzie a lungo termine di beni e risorse attraverso un sistema, tanto antico quanto nuovo, di baratto: in cambio del capitale di investimento e dell’infrastruttura, certi Paesi concedono lo sfruttamento delle proprie risorse e una quota nei progetti infrastrutturali. Insomma vince il capitalismo di stato, di uno stato autoritario.

C’è però un altro fattore, oltre al denaro, che affascina i governi: la non ingerenza negli affari interni. Anche qui gli occidentali non sono certo nelle condizioni di dare lezioni. Non è un caso se a tanti africani i giudizi occidentali sulla politica sino-africana suonano irritanti. «È francamente intollerabile – commenta Felwine Sarr, sociologo ed economista senegalese – un certo moralismo europeo, frutto del risentimento di ex potenze coloniali che non accettano di essere messe da parte».

La trappola del debito

A preoccupare, semmai, è l’indebitamento. Le grandi opere vengono finanziate dalle banche cinesi – controllate dallo stato – che dispongono di liquidità enormi e offrono piani di ammortamento decennali a tassi convenienti. I debiti legano i governi africani alla Cina. E il loro peso rischia di diventare insopportabile. In alcuni casi, come in Kenya, Angola o Mozambico, sta superando il livello di guardia. Per il Congo è già intervenuto il Fondo monetario internazionale (Fmi) con un piano di salvataggio di 450 milioni di dollari: a fine marzo 2020 il debito di Brazzaville verso la Cina era pari a circa 2,65 miliardi di dollari. L’82% del debito estero di Gibuti è nelle mani di Pechino e, in caso di inadempienza, il piccolo Paese del Corno d’Africa potrebbe cedere ai cinesi il controllo del porto strategico di Doraleh, all’ingresso del Mar Rosso, fondamentale per la via della seta.

Il debito africano complessivo è raddoppiato negli ultimi cinque anni. In buona parte è stato contratto con Pechino, che in un modo o nell’altro intende riscuotere i crediti. La Cina arriva, ti aiuta, e poi chiede il conto. Come hanno fatto l’Fmi e la Banca mondiale, longa manus dell’Occidente per strozzare l’Africa. In queste condizioni non c’è solo Gibuti ma anche il Kenya. Il porto di Mombasa, tra i più importanti dell’Africa orientale, è stato utilizzato come garanzia del prestito di 3,2 miliardi di dollari per la linea che lo collega a Nairobi. Se il Kenya non paga, ne assumerà il controllo la Exim Bank of China. Non solo, il porto di Lamu potrebbe essere ceduto per 99 anni alla Cina se Nairobi non adempierà alle condizioni di rimborso dei prestiti.

L’esempio più eclatante è lo Zambia. Il suo debito estero ammonta a circa 9,37 miliardi di dollari; se si aggiungono i debiti delle società statali si arriva a 15 miliardi. Un terzo è dovuto alla Cina. L’aeroporto di Lusaka potrebbe presto finire in mano cinese, così come l’azienda elettrica nazionale (Zesco), mentre già il 60% della Zambian National Broadcasting Corporation (Znbc) è detenuto da una società cinese. Lo Zambia diventerà una colonia politico-economica Regno di Mezzo. E se questo crolla? Alla fine del 2019 la sua crescita è rallentata per assestarsi al 6%, il ritmo più basso degli ultimi 27 anni. Tra gennaio e agosto 2020 è franata – complice la pandemia – del 6,2%. C’è poi la disputa dei dazi con gli Stati Uniti, che potrebbe avere ripercussioni anche sul Subsahara. La guerra commerciale potrebbe rallentare drasticamente le prospettive di crescita.

All’inizio di quest’anno la Banca africana di sviluppo (Afdb) ha avvertito che nel prossimo biennio la guerra dei dazi potrebbe comportare una riduzione del 2,5% del pil dei Paesi africani più ricchi di risorse e dell’1% per gli esportatori di petrolio. Pechino non si fa di certo intimidire. L’assegno di 60 miliardi di dollari in prestiti e aiuti staccato di recente dal presidente Xi Jinping agli “amici africani” ricorda la trappola di certi accordi prematrimoniali: talmente onerosi da sconsigliare per sempre qualsiasi ipotesi di separazione.

Scarpe importate dalla Cina in vendita in un negozio gestito da una famiglia cinese.
Uno dei capisquadra cinesi della Wanbao Company Ltd riceve una chiamata di ruolo. Ad ogni lavoratore viene dato un numero invece di usare il suo nome. La Wanbao Company Ltd., di Hubei, Cina, ha acquisito un contratto di locazione di 20.000 ettari (quasi 80 miglia quadrate) in uno schema di irrigazione di costruzione sovietica degli anni ’70 nel delta del fiume Limpopo.
Un autista cinese e la sua collega etiope nella cabina della metropolitana leggera della città. È stata costruita utilizzando gli investimenti statali cinesi e per i primi tre anni di attività tutte le posizioni sono state ricoperte da un lavoratore cinese e uno etiope

(Angelo Ferrari e Marco Trovato)

Questo articolo è uscito sul numero 5/2020 della rivista. Per acquistare una copia, clicca qui o visita l’e-shop

Tutti a lezione di mandarino!

In Kenya si comincia a studiare il cinese fin dalla scuola primaria. Alle storiche lingue coloniali si aggiunge ora la nuova lingua degli affari. Che fine farà il già scarso insegnamento delle lingue madri?

Attraverso la lingua passano messaggi che non stanno semplicemente nel significato della parola. La lingua parlata veicola messaggi politici, le forze sociali ed economiche in atto, persino le ambizioni di supremazia. Soprattutto quando non si tratta di una lingua scelta ma imposta.

Prendiamo il cinese. Il cinese in Africa. Anzi, il mandarino. La presenza massiccia e rampante di investitori cinesi nei Paesi africani, di imprese impegnate in tutti quei settori delle infrastrutture che stanno cambiando velocemente il volto del continente, e l’alternarsi continuo di visite di amministratori delegati e capi di stato per rinsaldare accordi economici e commerciali e programmarne altri mostrano che è ormai la Cina l’interlocutore privilegiato in Africa.

Ma, si sa, è attraverso la condivisione della cultura, dei valori, che si crea il legame più stretto, indissolubile. Non a caso sono le lingue dei “Paesi civilizzati” prima e “ricchi e avanzati” poi, a essersi imposte – con la forza non della persuasione ma della conditio sine qua non –ai Paesi assoggettati, conquistati, colonizzati. Non dimentichiamo che in Africa i bambini imparano a scuola non attraverso la madrelingua ma utilizzando una lingua “estera”. E dove la madrelingua è, casomai, materia di studio. Come si sa, le forze in gioco stanno cambiando, anzi sono già cambiate. Certo, inglese, francese, portoghese rimangono le lingue ufficiali dei Paesi africani, retaggio mai cancellato delle ex colonie. Mala rivoluzione culturale è già in corso e se non si vuole restare fuori dai processi di cambiamento in atto, in questa rivoluzione bisogna entrarci. Come? Imparando il cinese, appunto.

Già nel 2014 in Sudafrica sono stati avviati piani scolastici con il mandarino tra le materie di insegnamento. Cosa che, al tempo, fu ampiamente criticata da uno dei sindacati di categoria, la South African Democratic Teachers’ Union (Sadtu), che parlò del programma come dell’«equivalente di una nuova forma di colonizzazione».

Lo scorso anno è stata la volta dell’Uganda, con l’avvio dell’insegnamento del mandarino in 35 scuole secondarie, impegnando altrettanti insegnanti madrelingua. E il progetto, nonostante le critiche, si va estendendo ad altre scuole. In Ghana, gli impiegati negli uffici dell’Immigrazione (dunque anche quelli che lavorano in aeroporto) sono chiamati a seguire corsi di cinese.

Una presenza ingombrante, quella della Cina – dicono in molti –, che rischia, attraverso la questione linguistica, di togliere ancora più spazio all’approfondimento delle proprie culture e delle proprie lingue madri. In Africa si parlano tra i 1.500 e i 2.000 idiomi, ma nelle scuole ne vengono parlati e insegnati solo 200, come ricorda un rapporto di qualche anno fa a cura dell’Unesco e dell’Associazione per lo sviluppo e l’educazione in Africa. Con il tempo scompariranno anche questi? (Antonella Sinopoli)

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