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Edizione del 11/05/2026

© Rivista Africa
Editore: Internationalia srl
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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Tag:

cina

    CONTINENTE VERO

    Made in Ethiopia, by China

    di Tommaso Meo 25 Aprile 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Giulia Beatrice Filpi

    Dai parchi industriali costruiti da Pechino, ai salari minimi delle operaie, il documentario Made in Ethiopia esplora le contraddizioni di un Paese che sogna di diventare “la Cina d’Africa”. Le sue protagoniste esprimono speranze e fratture: riscatto e sfruttamento, crescita e disillusione, in un Paese sospeso tra agricoltura e industria, promesse globali e fragili realtà locali

    Un colpo, nel buio. Parole indistinte in amarico. Un grido: «No, no, no!». Poi il secondo sparo. E il primo fotogramma. Dukem, Oromia: un ragazzo etiope spara in aria un razzo pirotecnico. Subito dopo, un uomo cinese gli si avvicina, per sparare con lui un altro colpo. È un matrimonio. Qualche immagine mostra gli invitati che mangiano, ballano, raccolgono il denaro per gli sposi: cinese, lui, etiope, lei. Poi tutti si dirigono, con un chiassoso carosello di clacson festanti, verso l’Eastern Industry Park, il primo parco industriale del Paese, costruito dalla Cina nel 2008. È la sequenza, piena di simboli, che apre Made in Ethiopia, documentario del 2024 diretto da Xinyan Yu e Max Duncan (liberamente visionabile su YouTube). Una coproduzione internazionale tra Canada, Etiopia, Stati Uniti, Regno Unito e Danimarca che offre uno sguardo ravvicinato sull’industria tessile e calzaturiera nel Paese e il suo impatto sulla società locale.

    Tre protagoniste

    Il film ruota tutto intorno alle storie di tre donne instancabili. Beti, giovane operaia che ha iniziato a cucire jeans nel parco industriale «per diventare indipendente». Workinesh, che coltiva un terreno nei pressi della fabbrica, ma che l’amministrazione locale ha promesso agli investitori cinesi per consentire l’espansione del parco industriale. E infine Motto, direttrice dello stabilimento, originaria di Wuhan, figura carismatica che ha fatto da ponte tra i registi e il mondo industriale cinese in Etiopia. Con il personaggio di Motto, il fenomeno degli investimenti cinesi in Africa, spesso raccontato come “neocolonialismo” impersonale, assume volti e sfumature. Se da un lato si confermano elementi noti – operaie che lavorano a ritmi serrati per un salario medio di circa 50 dollari al mese, sindacati quasi inesistenti, disciplina di fabbrica che ricorda l’organizzazione militare – dall’altro emergono aspetti meno noti, come il punto di vista di un’imprenditrice cinese che dichiara di voler contribuire al futuro del Paese. «Se l’Africa non è pacifica, nessun altro posto può esserlo», dice a un gruppo di investitori, «dobbiamo dare speranza alla gioventù». E in effetti ciò che emerge da diverse testimonianze è che l’industria tessile viene vista da molte operaie come un’opportunità di emancipazione per le donne e come un’alternativa all’arruolamento nelle milizie o nell’esercito. 

    Lavoratrici in una fabbrica tessile ad Addis Abeba, Etiopia. Foto di Yvonne Åsell/SvD / TT News Agency via Afp

    L’industria cinese in Etiopia

    Il documentario racconta in presa diretta un settore che, negli ultimi quindici anni, è diventato centrale nelle politiche di sviluppo etiopiche. L’Eastern Industry Park di Dukem, costruito da un’impresa di Pechino nel 2008, è stato il primo tassello di un più ampio programma industriale. Poi è arrivato il grande polo tessile di Hawassa, inaugurato nel 2017, che da solo ospita oltre 20 stabilimenti, in gran parte di proprietà asiatica, con l’obiettivo dichiarato di impiegare 60.000 persone. Il colosso cinese Huajian Group, tra i principali produttori di calzature del mondo, ha aperto ad Addis Abeba una fabbrica da 3.500 addetti, con l’intenzione – finora mai realizzata – di arrivare a 20.000 e di esportare 20 milioni di paia di scarpe l’anno per marchi globali come Guess, Tommy Hilfiger e Clarks. Huajian è diventato un caso emblematico: simbolo delle ambizioni etiopiche di trasformarsi in “nuova Cina africana”, ma anche delle difficoltà di un modello che poggia su capitali e mercati esteri.

    Jeans o armi

    In una scena, le guardie della fabbrica usano i bastoni per disperdere una folla di persone radunata davanti al cancello della zona industriale per cercare lavoro. «Era un fenomeno comune, soprattutto durante la guerra, quando i posti di lavoro scarseggiavano», spiegano Duncan e Yu, rispondendo alle domande di Africa. In un’altra scena, decine di persone in cerca di occupazione si ammassano nei pressi del cancello di una fabbrica, dove un manager offre due soli posti di lavoro. «La selezione era piuttosto casuale e questo fu motivo di agitazione tra la folla, tanto che intervenne la polizia per mantenere l’ordine», spiegano i due registi. «Abbiamo intervistato due degli aspiranti lavoratori dopo l’accaduto: uno ha detto che era stato mandato a casa dal lavoro perché le fabbriche non avevano ordini da evadere, l’altro ha detto che era frustrato perché l’unica soluzione offerta dal governo era quella di arruolarsi nell’esercito». Il bivio tra jeans e armi, fabbrica o esercito, si materializza in queste testimonianze.

    Le scarpe di Lady Trump

    Dal 2019 al 2024, periodo di realizzazione del documentario, due importanti eventi storici – pandemia e guerra – hanno messo in ginocchio il tessile etiope e ridimensionato le ambizioni del governo di Addis Abeba, che puntava a creare due milioni di posti di lavoro nell’industria tessile. Con ordini cancellati, catene di approvvigionamento interrotte e investitori in fuga, molti stabilimenti hanno chiuso o ridotto le attività. I numeri confermano la fragilità. Nel 2020 l’Ethiopian Textile Industry Development Institute (Etidi) stimava 200.000 lavoratori nel settore, ben lontano dagli obiettivi attesi. Nel 2023, secondo Ethiopian Policy le esportazioni tessili hanno raggiunto i 453 milioni di dollari, pari al 6% circa dell’export totale, facendo del tessile ilsecondo prodotto di esportazione dopo il caffè. Principali destinazioni: Stati Uniti (228 milioni), Italia e Germania (30,7 milioni ciascuna), Cina (25,7 milioni) e Francia (18,4 milioni). Confronto internazionale: un salario in Etiopia (40-50 dollari/mese) è cinque volte più basso di quello in Vietnam (circa 200 dollari) e otto volte più basso che in Cina (oltre 350 dollari). È questo il principale fattore di attrazione per gli investitori, insieme a energia elettrica a basso costo e generosi incentivi fiscali.

    Alcune lavoratrici cuciscono biancheria intima per bambini in una moderna fabbrica tessile ad Addis Abeba, in Etiopia. La produzione è per il mercato tedesco. Foto di Kay Nietfeld / dpa Picture-Alliance via Afp

    Ma la competitività si regge su basi fragili: quando gli Stati Uniti nel 2022 hanno revocato, per via della guerra del Tigray, lo status tariffario dell’Africa Growth and Opportunity Act (Agoa), il quadro di agevolazioni tariffarie che dagli anni Novanta facilitava il commercio tra Usa e Africa), le esportazioni hanno subito un brusco calo. Oggi Washington applica un dazio medio del 10% sui prodotti tessili etiopici, riducendone l’appeal. Il caso delle scarpe è emblematico. Nel 2015 Ivanka Trump aveva scelto l’Etiopia per produrre il suo marchio di calzature, contribuendo a far conoscere il Made in Ethiopia negli Stati Uniti. Il sogno è durato poco: la guerra e la fine dell’Agoa hanno scoraggiato i committenti internazionali. Alcuni stabilimenti Huajian hanno ridotto la produzione, altri marchi hanno preferito tornare in Asia.

    Tra emancipazione e sfruttamento

    Gli imprenditori cinesi restano però i protagonisti: controllano gran parte della filiera, dai macchinari alla logistica. Secondo i dati del China-Africa Business Council, oltre il 70% delle fabbriche tessili e calzaturiere etiopiche è gestito da capitali cinesi. Il film racconta bene lo scontro tra due mondi. Da un lato l’agricoltura tradizionale, con gli anziani che venerano il secolare albero sacro Abdari e sperano che «i cinesi restino lontani un altro anno». Dall’altro lato, le donne giovani come Beti e Workinesh, per le quali la fabbrica è un orizzonte di emancipazione: guadagnare un salario, vivere in città, indossare pantaloni e mettere il rossetto, avere libertà di movimento. Secondo una ricerca dell’Università di Stavanger, «vivere in città e lavorare in fabbrica dà fiducia e libertà alle donne, permettendo loro di provare esperienze vietate nelle aree rurali». Tuttavia, gli impatti negativi restano enormi: comunità sradicate, salari da sopravvivenza, condizioni ambientali degradate. Gli investitori asiatici non nascondono il motivo della loro presenza: non interessi sociali, ma incentivi fiscali, manodopera a basso costo e regolamenti ambientali blandi. Lo dimostra la scena potente di una ripresa aerea del parco industriale in espansione, con gli animali da pascolo che vagano smarriti sulla nuova strada d’asfalto, destinata a rimanere incompiuta. L’espansione non è mai stata ultimata, ma è bastata a evacuare la comunità rurale circostante. «Tutto quello che possiamo fare è lavorare come guardie di sicurezza», dice un uomo del villaggio, «ma noi sappiamo solo coltivare. I cinesi ci rendono solo più poveri».

    Un membro dello staff cinese presso la fabbrica di calzature del gruppo Huajian. La fabbrica produce scarpe di alta qualità per i mercati europeo e asiatico. Impiega 2.000 persone, di cui 1.670 etiopi. Foto di Petterik Wiggers/Panos

    Made in Ethiopia non è solo un documentario sull’industria, ma una riflessione più ampia: che cos’è lo sviluppo, e quale sviluppo vogliamo? Il sogno di un’Etiopia manifatturiera, “Cina d’Africa”, capace di trasformare la vita di milioni di giovani, si scontra con i limiti di un modello dipendente da capitali esteri e mercati instabili. Il tessile e le calzature restano al tempo stesso simbolo di emancipazione e di sfruttamento: opportunità di lavoro per giovani donne che cercano indipendenza, ma anche trappola per comunità rurali sradicate e lavoratori sottopagati. Tra jeans e armi, emancipazione e miseria, la storia dell’industria etiopica – raccontata dalle voci di Beti, Workinesh e Motto – è il riflesso di un Paese sospeso tra passato agricolo e futuro industriale, tra promesse di crescita e il rischio costante di restare “fabbrica del mondo incompiuta”.

    Questo articolo è uscito sul numero 1/2026 della rivista Africa.Per acquistare una copia, clicca qui.

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