La bambina saggia, il sagrestano nero e altri pensieri sul razzismo

di Stefania Ragusa

Sull’autobus che porta in Piazzale Cadorna, a Milano, c’è una famiglia “mista”: padre nero, madre bianca, bimba beige. Valigie al seguito. Tenuta da viaggio. Stanno andando a prendere il trenino che collega Cadorna  all’aeroporto della Malpensa. Salgono due uomini alticci, probabili habitué dei chioschi del piazzale che – in contrasto con la compostezza degli uffici circostanti –  riuniscono a tutte le ore del giorno una varia e disperata umanità.
Uno dei due subito prende di mira il padre e comincia a dire, con la voce strascicata ma via via più alta: “Non esistono negri italiani, non esistono negri italiani”. Il padre ignora la provocazione, ma la bambina osserva con logica implacabile: “Papà è nero, è italiano. Quell’uomo sta dicendo una bugia”. “O magari una sciocchezza”, interviene la madre. L’autobus arriva a destinazione. La famiglia scende. Gli ubriachi pure. Fortunatamente lo scontro non ha valicato il piano verbale.
A Deodatus Nduwimana, sagrestano della basilica di Santa Maria Assunta a Gallarate, a relativa poca distanza da lì, è andata peggio. Il nullafacente (un “balordo” secondo la definizione mediatica standard) che staziona sul sagrato e che da anni lo insulta e lo provoca per il colore della pelle, sabato 17 agosto, lo ha colpito con violenza, facendolo cadere e provocandogli un serio infortunio alla spalla. Nduwimana, origini burundesi e in Italia dal ’93, ha acquisito la cittadinanza italiana quattro anni fa. Fino ad ora aveva lasciato correre. Adesso denuncerà.

Il primo episodio non sarà di certo conteggiato nelle statistiche. Il secondo probabilmente sì. In ogni caso non disponiamo di dati accurati che riguardino gli episodi di razzismo e i cosiddetti crimini d’odio (e più avanti spiegheremo perché), ma la sensazione generale, confermata anche da una più marcata e forse non del tutto imparziale attenzione dei media, è che siano in aumento. E molto spesso – e non per caso – a portarli avanti sono soggetti fragili, come gli ubriachi di Cadorna, il nullafacente di Gallarate o gli adolescenti sbandati di periferia.
La propaganda razzista, la retorica sovranista hanno una presa rapida e facile su questo tipo di persone che, a loro volta, hanno spesso una scarsa consapevolezza delle proprie azioni e molta fame di un riscatto facile e immediato. L’odio e la disinformazione vengono distillati altrove ma loro sono pronti ad abbeverarsene e poi a sporcarsi le mani.

L’attenzione dei media mainstream nei confronti del razzismo si è accesa a partire dalla scorsa estate, ossia dall’insediamento del governo grillino-leghista, oggi in piena crisi. Per questa ragione l’abbiamo definita “forse non del tutto imparziale”: una serie di nenfandezze avvenivano anche prima, il molestatore di Nduwimana, per dirne una, era già attivo, l’Osservatorio Cronache di Ordinario Razzismo dell’associazione Lunaria da tempo macinava segnalazioni, ma la narrazione giornalistica dominante era orientata altrove.
L’attenzione dei media mainstream, seppure in ritardo rispetto alla realtà, ha comunque iniziato a prendere in considerazione un fenomeno reale, preoccupante e in crescita. Rispetto al quale però, come si diceva, è complicato disporre di certezze: a differenza degli altri paesi europei, in Italia non esiste infatti una banca dati ufficiale che si occupi di raccogliere e rendere noti ciclicamente i numeri su questo tipo di aggressioni. Ci sono varie agenzie (Unar, Oscad..) dedicate, ma non c’è un coordinamento centrale. Lo stesso Osservatorio  in realtà si limita a monitorare le notizie e a raccogliere segnalazioni. Rappresenta un archivio prezioso per chi lo volesse consultare ma i suoi dati non hanno un valore statistico e quantitativo.

L’assenza di dati ufficiali può effettivamente rappresentare un ostacolo alla comprensione del fenomeno e dunque all’elaborazione di risposte appropriate. D’altra parte non è indispensabile avere le statistiche per rendersi conto del cambiamento in corso e, in particolare, di come l’assenza di remore, soprattutto sul piano verbale, stia producendo un farfugliamento collettivo di grandissima violenza e imprecisione. Basta, per dire, frequentare i mezzi pubblici o i social. A innescare, nutrire e soffiare sopra il fuoco del farfugliamento sono anche e soprattutto i vertici politici. Ed è incredibile come in un momento storico in cui da aziende e pubblicità si pretende una comunicazione non a caso definita politicamente corretta (pensiamo al “caso” Alitalia con lo spot con il finto Obama, ma potremmo citare molti altri epic fail della pubblicità…), ai rappresentanti delle istituzioni si lasci praticare impunemente l’hate speech, la scorrettezza politica e la diffusione di notizie imprecise. Matteo Salvini, è stato fino ad ora un esempio fulgido di questo modus operandi. La base lo emula come sa e come può. Ma per passare dal farfugliamento all’azione, dalla potenza all’atto, può bastare una scintilla.

“Io credo che papà non abbia reagito perché c’eravamo io e la mamma. Altrimenti li avrebbe picchiati”, dirà la bambina beige qualche giorno dopo ritornando sull’episodio. “Vuol dire che dovremo stare sempre con papà, per evitare che si faccia male”. Ma la soluzione, sul piano civico e sociale, non può essere questa.

Nella foto, l’opera di Andrea Bowers esposta in occasione della mostra La Terra Inquieta (2017) alla Triennale di Milano

Stefania Ragusa
direttore@corrieredellemigrazioni.it

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