Il lato africano della crisi libanese

di Stefania Ragusa
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Il Libano sta sperimentando la peggiore crisi politica della sua storia. A marzo scorso  il Paese ha dichiarato il default nell’impossibilità di pagare i debiti a livello internazionale e la valuta nazionale, la lira libanese, ha perso il 60 per cento del suo valore. Le Nazioni Unite stimano che più della metà della popolazione si trovi oggi nell’impossibilità di soddisfare i bisogni primari. Tutto questo sta avendo delle ricadute significative anche sull’Africa. Innanzitutto per l’avvio di una nuova ondata migratoria. Non ci sono ancora dati ufficiali, come evidenziato anche da African Report, che al fenomeno ha dedicato un’inchiesta, ma è certo che un numero sempre crescente di persone sta lasciando la propria casa per emigrare in Senegal, Costa d’Avorio, Nigeria.

Il Libano ha una lunga storia di emigrazione, come rivela indiscutibilmente questo dato: i libanesi della diaspora (dai 6 ai 9 milioni) sono ben più numerosi di quelli ufficialmente in patria (circa 4 milioni). E in Senegal, Costa d’Avorio, Nigeria (e poi anche in altri paesi africani) i libanesi, in particolare quelli originari del sud del Paese, hanno cominciato a trasferirsi già a partire dal 1860. Oggi si calcola che in Africa siano complessivamente 500mila. In Senegal, che è stata la prima meta, oggi sono almeno 30mila, in Nigeria – dove sono arrivati in tempi più recenti – 75mila. Il contingente più numeroso si trova in Costa d’Avorio: almeno 100mila, con interi villaggi sospesi in una condizione di stabile transnazionalità A Zrarieh, piccolo centro a 65 chilometri da Beirut, risultano residenti 15mila persone, ma oltre un terzo di loro vive in realtà in Costa d’Avorio.

Il trend migratorio verso il continente sta tornando in auge. L’Africa, infatti, è più a portata di mano dell’Europa e degli Stati Uniti. Per ottenere un visto, infatti, può bastare la lettera di invito di un parente. Molti giovani laureati si stanno muovendo tuttavia con un contratto in tasca. Anche vari professionisti. Il potere d’acquisto dei loro stipendi è crollato in poche ore (da 2300 a 450 dollari ci racconta un ingegnere) e allora si sono rivolti altrove. Le proposte di assunzione sono arrivate anche da dove non se lo sarebbero mai aspettati. Il nostro ingegnere è in procinto di raggiungere Port Harcourt. Un suo amico è andato in Algeria.

I libanesi d’Africa – da Abidjan a Kinshasa, da Conakry a Dakar – negli anni si sono arricchiti molto, suscitando anche parecchie gelosie. Hanno imparato le lingue locali e, in alcuni casi, partecipato alla vita politica. Hanno mantenuto sempre, però, un forte legame anche economico con il paese d’origine. Le loro rimesse sono servite a costruire infrastrutture e case di lusso. E molto spesso arrivavano a Beirut e da qui ripartivano, senza particolari controlli o restrizioni, grazie a un sistema bancario molto discreto, per alimentare nuovi giri d’affari e investimenti in altre parti del mondo. Le rimesse oggi arrivano ancora, ma servono a coprire i bisogni primari: il cibo, le medicine, il combustibile. Il sistema bancario ha iniziato a irrigidirsi. Con molti problemi, in particolare, per quelle cittadine che sembrano aver fondato la propria economia sulle rimesse africane.

La citata Zrarieh è una di queste. Per aiutare le famiglie in difficoltà, la comunità cittadina residente in Costa d’Avorio ha recentemente raccolto e spedito a casa 100mila dollari. Ma fare arrivare il denaro cash non è più facile come un tempo, anche per via delle restrizioni imposte dal Covid-19. Quando sono arrivati i soldi, il sindaco ha ringraziato molto ma ha anche rilevato un problema. Ossia che rispetto al passato il sistema delle rimesse oggi deve misurarsi con molti ostacoli. Sono stati introdotti controlli e anche dei limiti per i prelievi giornalieri. C’è da dire che, a torto o ragione, i libanesi migrati in Africa sono sospettati di sostenere attivamente Hezbollah. I nuovi pali e paletti sarebbero determinati anche da questo, oltre che dalla crisi. Scorrendo i dati si può osservare che la diaspora libanese in Africa è numericamente poco significativa (appena il 4 per cento di quella totale), ma economicamente determinante: contribuisce infatti per un quarto ai 7,2 miliardi di dollari (fonte Banca Mondiale) trasferiti annualmente dall’estero nel Paese.

Che effetti produrrà in questo scenario l’impasse bancario in corso? Potrebbero esserci delle ricadute positive per gli istituti bancari africani? In Senegal, per dare un’idea, si calcola che circa il 50 per cento del settore industriale sia in mano ai libanesi. In Costa d’Avorio il 40 per cento dell’economia. Se i profitti di queste persone non si metteranno più in viaggio verso casa, dove andranno a finire? Samir Bouzidi, studioso delle diaspore africane, lascia intendere che sì, le ricadute potrebbero essercri «In questo contesto, spetta alle banche africane, in particolare quelle più solide e internazionali, saper trarre vantaggio da questo risparmio forzato di transizione», scrive su Financial Afrik. Almeno fino a quando la situazione con il “paese” non sarà sistemata o verrà tracciata una nuova strada».

(Stefania Ragusa)

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