A Dakar ritorna Partcours, e l’arte trionfa per due settimane

di Stefania Ragusa
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

La pandemia, come è noto, ha reso inevitabile la cancellazione dell’ultima Biennale di Dakar. Partcours – appuntamento artistico meno blasonato ma comunque rilevante per la capitale senegalese – ha avuto per fortuna un’altra sorte e ha preso avvio, come da programma, venerdì scorso. Partcours, che è stato organizzato per la prima volta nel 2012 e occupa in genere l’ultima settimana di novembre e la prima di dicembre – è un itinerario artistico ad alto tasso di flessibilità tra gli spazi creativi più vivi sulla scena dakaroise. L’obiettivo finale è accorciare le distanze tra gli artisti e la città, aprirsi a un pubblico eterogeneo e rendere disponibile una mappa di “luoghi” in cui ritornare in ogni momento dell’anno.

Il parterre dei partecipanti è notevole: comprende piattaforme come Afrikadaa, luoghi “storici” di sperimentazione come Agit’Art, fondato nel 1974 dal visionario Joe Ouakam, centri culturali prestigiosi come la Raw Material Company, ideata dall’apprezzatissima curatrice Koyo Kouoh, chiamata recentemente a un importante ruolo direttivo dallo Zeitz Museum di Cape Town, gallerie d’arte e spazi espositivi informali. Il catalogo completo di questa nona edizione può essere scaricato dal sito.

Tra le tante mostre allestite per questo happening, ce n’è una che ha colpito la nostra attenzione, per il tema estremamente interessante e perché vede il coinvolgimento di Adji Dieye, giovane artista italosenegalese di cui abbiamo scritto anche in altre occasioni. I have this memory, it is not my own è una collettiva presentata dalla Galerie Cécile Fakhoury e che unisce lei e altre quattro donne africane di grande talento: Mariam Abouzid Souali, Jess Atieno, Binta Diaw e Rahima Gambo.

Adji Dieye, Culture lost and learnt by heart, 2020, détails – sérigraphie sur soie sergée et métal

Attraverso un insieme di pratiche tanto varie come installazioni, video, disegno e pittura, la mostra si propone di interrogare le nostre esistenze contemporanee attraverso le “architetture” che le compongono. L’architettura come principio di organizzazione di un tutto e di strutturazione di uno spazio viene qui avvicinata da una giovane generazione di artiste del continente e dalla diaspora nella pluralità dei suoi sensi. Dal significato letterale – strutturazione dello spazio fisico – a un’interpretazione più metaforica delle “architetture del sé”, il concetto è un pretesto per esplorare l’interrelazione tra queste disposizioni fisiche e le strutture identitarie, simboliche, storiche e culturali che ereditiamo o che scegliamo di creare. I have this memory, it is not my own resterà aperta fino al 19 febbraio

(Stefania Ragusa)

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