Adji Dieye, artista biculturale

di Stefania Ragusa

«Non accetto che la mia identità arrivi prima dei miei lavori. Questo non significa che la consideri irrilevante, ma concentrarsi sulle origini o farne la principale discriminante induce a forme di identificazione molto superficiali e in fondo poco rispettose delle persone». Adji Dieye, classe 1991, è infastidita dall’etichetta afropolitan che qualcuno vorrebbe cucirle addosso. Nata a Milano, cresciuta tra l’Italia e il Senegal, si è diplomata a Brera e adesso sta perfezionando i suoi studi in fine art a Zurigo,  alla ZHdK (Zürcher Hochschule der Künste).

Maimouna’s Family

Suo padre, Sherif Assane, è un baye fall senegalese. Fa parte, cioé, del gruppo più mistico della già mistica confraternita dei murid. Sua madre è Patrizia Maimouna Guerresi, fotografa, scultrice e peformer  convertita all’Islam e impegnata in una ricerca serrata sul femminile e sulla spiritualità della religione musulmana. Insieme con la sorella Marlene, Adji compare in alcune tra i più celebri lavori della madre. Per esempio, Maimouna’s Family (2006). Quando glielo ricordo lei si schermisce: «Non mi ci fare pensare. Avevo una faccia così rotonda…».

Effettivamente è molto cambiata da allora, come si può vedere in questo autoritratto realizzato pochi anni fa per la serie Maggic Cube, di cui parleremo tra poco.

E’ a Milano di passaggio, appena rientrata dal Lagos Photo Festival a cui ha partecipato (unica italiana) con il progetto  Red Fever. Si tratta di un’installazione di grande impatto (che si può trovare in formato ridotto all’interno di un libro d’artista, opera d’arte ulteriore all’interno del progetto) e che prende le mosse da un “fatto” di cronaca e di economia poco noto all’opinione pubblica: la presenza nordcoreana in Africa. Da parecchi anni infatti Pyongyang realizza edificazioni di vario tipo nel continente e, in particolare, costruzioni celebrative commissionate dai governi.

African renaissance, Dakar

Il contestatissimo monumento all’African Renaissance fatto erigere dall’ex presidente senegalese Ablaye Wade, per esempio, arriva da lì, così come il memoriale  Hero’s Acre a Windhoek. E l’elenco potrebbe allungarsi ad almeno altri 14 paesi. Si tratta sempre di costruzioni imponenti, realizzate seguendo i criteri compositivi ed espressivi delle dittature comuniste. Con grande preoccupazione delle Nazioni Unite, come si evince da questa inchiesta della CNN. «A me però non interessava l’angolazione politica», spiega Adji. «Piuttosto volevo e vorrei capire perché in Africa si senta la necessità di creare monumenti con queste caratteristiche. E, più in generale: perché l’Africa senta la necessità di creare monumenti.  Questo tipo di edificazioni le appartengono? Che senso ha parlare di risorgimento africano e per rappresentarlo prendere in prestito un modello estetico totalmente estraneo?».

Le sagome rosse stilizzate che spiccavano sulle tele dell’allestimento lagosiano, riproponendo alcuni dei monumenti, sono portatrici appunto di queste domande. Ma le risposte? Le hai trovate? Adji sorride. «Bisogna continuare a chiedere». E infatti Red Fever è un work in progress. «Ho visitato alcuni paesi, fotografato e rivisitato creativamente i monumenti, ma c’è ancora molto da fare e da documentare».

Maggic Cube

Concluso è invece il citato progetto Maggic Cube, che accompagnato dai testi di Niccolò Moscatelli, è stato esposto alla Biennale di Dakar del 2016 e ha dato vita a un libro.  Maggic Cube (gioco di parole tra “magic” e “Maggi”) è una serie fotografica che riprende il genere classico del ritratto africano in studio sotto forma di falso e ironico omaggio al dado da cucina, ingrediente ormai  imprescindibile nelle cucine dell’Africa Occidentale eppure a loro storicamente estraneo. Il punto  di partenza è diversissimo rispetto a quello di Red Fever, ma l’approdo è assai simile: la necessità di interrogarsi sul senso e le premesse della  colonizzazione del quotidiano.
Adji si approccia a queste tematiche inforcando le lenti biculturali che le sono proprie e che condivide con  le decine e decine di ragazzi “misti” nati e cresciuti in Italia ed Europa. Il loro è uno sguardo che può aggiungere profondità e vastità inusitate alla realtà che ci circonda. Ma a una condizione: che non sia ridotto a etichetta o, peggio, a citazione fashion.

(Stefania Ragusa)

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