Papa Leone ha pronunciato ieri le scuse più chiare mai formulate da un pontefice per il ruolo della Chiesa cattolica nella schiavitù, riconoscendo sia il ritardo nel condannare tale pratica sia il coinvolgimento storico del Vaticano nella sua legittimazione. In un passaggio cruciale della sua enciclica intitolata “Magnifica umanità” (la sua prima enciclica), il pontefice ha ammesso che la Chiesa ha impiegato secoli per riconoscere pienamente il flagello della schiavitù come incompatibile con la dignità umana, definendo questa eredità una ferita nella memoria cristiana.
In nome della Chiesa, il Papa ha chiesto sinceramente perdono, esprimendo profondo dolore per le sofferenze patite da uomini e donne che hanno patito la schiavitù. Leone ha riconosciuto apertamente che, in passato, le autorità ecclesiastiche avevano risposto ai governanti regolamentando e legittimando forme di sottomissione, inclusa la riduzione in schiavitù dei non cristiani, e ha ammesso che durante il Medioevo le stesse istituzioni ecclesiastiche avevano detenuto propri schiavi. Il pontefice ha sottolineato che la condanna formale, assoluta e universale della schiavitù è giunta solo nel XIX secolo, dopo un lungo periodo di incoerenza dottrinale. Queste dichiarazioni segnano un punto di svolta, superando le precedenti posizioni che si limitavano a focalizzarsi sulle azioni dei singoli cristiani, e arrivano nel contesto di una sensibilità crescente verso le responsabilità storiche istituzionali.
La condanna di papa Leone XIV segue la risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu che a marzo ha riconosciuto la riduzione in schiavitù degli africani come il più grave crimine contro l’umanità. Il documento, proposto dal Ghana, esorta gli Stati membri a valutare scuse formali e a contribuire a un fondo di risarcimento. La proposta ha ottenuto 123 voti a favore, mentre tre Paesi, Stati Uniti, Israele e Argentina, hanno votato contro, 52 Paesi si sono astenuti, tra cui il Regno Unito e i membri dell’Unione europea, riflettendo una resistenza persistente da parte di diverse nazioni occidentali nel riconoscere una responsabilità diretta delle istituzioni odierne per i torti del passato.
Il presidente del Ghana, John Dramani Mahama, intervenendo all’Assemblea prima del voto, ha definito la risoluzione come «un atto di giustizia» per i milioni di persone che hanno subito l’indegnità della tratta. Durante la permanenza a New York, il capo di Stato ghanese ha inoltre lanciato un duro monito contro le recenti politiche dell’amministrazione guidata da Donald Trump, accusata di favorire una normalizzazione della cancellazione della storia nera, avvertendo che tale approccio rischia di influenzare negativamente altri governi a livello globale. La questione delle riparazioni, che ha visto il coinvolgimento attivo dell’Unione africana e della Comunità dei Caraibi, rimane al centro di un dibattito internazionale sempre più acceso, in un momento in cui le conseguenze strutturali della schiavitù continuano a pesare sulle società africane e sulle loro diaspore. Si stima che, tra il 1.500 e il 1.800, 15 milioni di persone siano state catturate in Africa e deportate nelle Americhe, con oltre due milioni di vittime durante i viaggi.



