Era il 9 luglio 2011 quando il Sud Sudan raggiunse l’indipendenza, diventando la nazione più giovane del mondo. Sei mesi prima, oltre il 99% dei quasi quattro milioni di elettori si era espresso a favore della separazione dal Sudan, dopo che una lunga e sanguinosa guerra aveva causato la morte di oltre due milioni di persone.
Tuttavia, 15 anni dopo, il Sud Sudan fa ancora i conti con conflitti interni, disastri climatici e una drammatica emergenza umanitaria. Daniel Akech, ricercatore dell’International Crisis Group (Icc) ha spiegato a Radio France Internationale che il Paese è in corso “una crisi economica – motivo per cui il governo non organizza celebrazioni” oltre a una guerra con migliaia di nuovi sfollati.
Il Sud Sudan è oggi il sesto Paese più povero al mondo, con un Pil pro capite di 470 dollari nel 2025. I proventi del petrolio, principale risorsa nazionale, sono crollati negli ultimi anni, in particolare a causa della guerra che imperversa nel vicino Sudan, attraverso il quale transitano le esportazioni sud-sudanesi.
Dopo l’indipendenza, il Paese è stato inghiottito da un nuovo conflitto scoppiato nel 2013 tra gli allora leader nazionali, il presidente Salva Kiir Mayardit e il suo vice, Riek Machar. In cinque anni di guerra moriranno 400.000 sudsudanesi e più della metà della popolazione sarà sfollata. Nonostante una pace firmata nel 2018, il percorso verso la stabilità è tuttora costellato di ritardi e violenze, soprattutto a partire dal 2025.
Il governo di Juba ha però annunciato lo scorso mese che terrà le sue prime elezioni generali dall’indipendenza il 22 dicembre di quest’anno. Le consultazioni erano inizialmente previste per dicembre 2024, ma erano state rinviate di due anni a causa dei ritardi nell’attuazione di alcune disposizioni dell’Accordo di pace rivitalizzato del 2018, tra cui l’unificazione delle forze di sicurezza, il processo costituzionale e la preparazione delle infrastrutture elettorali.



