I regimi autoritari vincono la pandemia

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 6 minuti

Il pugno di ferro dei governanti aiuta a sconfiggere il coronavirus? La Cina insegna. Ma anche il caso del Ruanda è emblematico: in questa nazione non c’è libertà di espressione e il dissenso è vietato. Ma nella lotta alla pandemia di Covid-19 il regime di Paul Kagame ha imposto regole ferree che hanno consentito di raggiungere risultati importanti che, secondo uno studio del Low Institute, pongono il Paese africano tra i primi posti della classifica mondiale per capacità di contrasto alla pandemia.

di Angelo Ravasi

Le dittature e i regimi autoritari, a volte, aiutano a sconfiggere il coronavirus. La Cina insegna. È più facile imporre regole, divieti, lockdown. Impedire raduni e assembramenti che aiutano il virus a circolare. Il rischio, è che la pandemia diventi un’arma potente nelle mani dei regimi per reprimere ogni altra forma di libertà. È accaduto in molti paesi africani. Un esempio emblematico è quello dell’Uganda che è andato a elezioni nel gennaio del 2021 e dove Yoweri Museveni è stato rieletto per il sesto mandato. Un’aberrazione della democrazia. Museveni, tuttavia, ha saputo usare ad arte il coronavirus per reprimere il dissenso. Tutte le manifestazioni delle opposizioni sono state vietate, represse e disperse, in alcuni casi in maniera brutale dalla polizia, anche con vittime, con la scusa di avere infranto le regole dell’emergenza pandemica, mentre quelle della maggioranza legate al presidente no.
Ma ciò che è capitato in Uganda è successo anche in altri Paesi, in particolare quelli che andavano a elezioni, come la Guinea Conakry. Le restrizioni volute dal presidente Alpha Condé, per far fronte alla pandemia si sono tradotte, sempre, con il bavaglio messo all’opposizione. E, anche qui, le manifestazioni e le successive proteste dopo l’elezione del presidente, sono state represse.

Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda

Come non citare l’Eritrea dove Isaias Afewerki è il primo e unico presidente del Paese, governa dal 1993, una vera e propria dittatura. Tutto è nelle sue mani, e anche in tempi di coronavirus ha avuto gioco facile: il virus gli è stato alleato. La repressione, in questo caso, ha fatto sì che il primo decesso da Covid – quello reso noto – si è avuto solo alla fine del 2020. La pandemia, nonostante i numeri bassi, anche qui, come in molti paesi africani, ha provocato un tracollo dell’economia.
Il dissenso in tempi di coronavirus è vietato. E ciò capita in quei regimi dove il governo del Paese è nelle mani dei cosiddetti “presidenti dinosauri” che hanno unicamente a cuore il mantenimento del potere in violazione di ogni regola, perfino della stessa costituzione. In pochi sono stati in grado di mettere mano – con gli aiuti arrivati per fronteggiare la pandemia – a ciò che di più precario c’è: la sanità. Gli interventi per frenare il coronavirus hanno riguardato restrizioni, come il lockdown – per altro difficile da applicare – ma nulla dei fondi arrivati è stato impiegato per una seria riforma sanitaria. Tutto è rimasto come prima, tranne che il lockdown ha aiutato i “presidenti dinosauri” a consolidare il loro potere.

Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea

Il caso del Ruanda

Situazione diversa è quella del Ruanda.  Il presidente, Paul Kagame, non lo si può annoverare certo tra i capi di stato “democratici”, piuttosto è un dittatore. Per alcuni un dittatore “illuminato”. E lo sviluppo economico del suo Paese è lì a dimostrarlo e persino la gestione della pandemia. Il potere di Kagame è ben consolidato e non ha avuto certo bisogno del virus per accrescerlo. Ma andiamo per ordine. Alla parola Ruanda viene associata quella di genocidio, era il 1994. Uno dei più drammatici eventi del Novecento: in 100 giorni ci furono circa 800mila morti. Oltre all’orrore, quell’evento ha messo ulteriormente in ginocchio il Paese con un Pil che non superava i 750 milioni di dollari e dove l’età media è crollata a 28 anni. Proprio nel 1994, Paul Kagame entra da trionfatore e da liberatore nella capitale Kigali, un tutsi fuggito in Uganda dove ha organizzato la sua marcia verso il Ruanda, sconfiggendo i genocidari hutu. La sua prima elezione “democratica” risale al 2000 e da allora è alla guida del Paese. Ma anche lui, come molti altri presidenti, ha modificato la Costituzione così da poter governare il Paese fino al 2035, raggiungendo i 41 anni al timone del Paese ed entrare nel pantheon dei capi di stato più longevi del mondo.
Il Paese – a differenza di molti altri – è cresciuto velocemente, il suo Pil sfiora la doppia cifra, la diversificazione economica è al primo posto dell’agenda del governo. Con il progetto Visione 2020 e il Kigali Master Plan 2040 per la lotta alla povertà, il Ruanda ha iniziato un programma di liberalizzazioni e privatizzazioni con l’obiettivo di trasformare l’economia, che dipende per il 90 per cento dall’agricoltura, in un sistema capace di saper cogliere nuove opportunità e portare occupazione.
È il Paese con il più alto tasso di parlamentari donne, il 60 per cento. E non vi è dubbio che ci stia riuscendo. Ma, anche qui, le “ombre” spesso prevalgono rispetto alla trasparenza. Il Paese, infatti, è diventato uno dei maggiori esportatori di coltan, minerale preziosissimo e ricercatissimo, che, però, non si trova in Ruanda, ma nella confinante Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Kivu. Il coltan attraversa la frontiera e viene esportato da Kigali.  Una politica predatoria che aiuta, e di molto, la crescita del Pil.

Paul Kagame, presidente del Ruanda

Rimane, tuttavia, un Paese dove, anche se abolite, le differenze etniche permangono: gli hutu rimangono la classe più povera, i tutsi quella più abbiente.  I diritti umani non sono garantiti, le libertà di espressione, anche dei giornalisti, sono un miraggio. La critica al regime è proibita e Kagame continua ad usare il pugno di ferro contro gli oppositori. L’odio etnico è solo sopito, cova sotto una coltre di cenere, pronto a riesplodere. Alle ultime elezioni presidenziali, nel 2017, Kagame ha ottenuto una vittoria “bulgara” con il 98,79 per cento dei consensi. Le elezioni si sono svolte in un clima di paura, generato da due decenni di attacchi contro l’opposizione politica, gli organi di informazione indipendenti e i difensori dei diritti umani. Kagame interpreta la Repubblica come un regime autoritario. Giudicare, dunque, l’operato del presidente è, sicuramente, terreno scivoloso. E non vi è dubbio che i successi in campo economico e sociale – reali – nascondono i limiti del regime e le azioni “predatorie” nei confronti dei paesi confinati.

Un esempio nella lotta al Covid

Il sistema sanitario ruandese, però, è riuscito a contenere la pandemia. Di sicuro un punto a favore del presidente. I casi di coronavirus nel Paese, a metà febbraio, erano poco più di 17mila con 243 decessi su una popolazione di 12milioni di abitanti. Anche se c’è stato un balzo negli ultimi 5 mesi. Il 6 ottobre 2020 si registravano 5mila casi e solo 30 decessi. Anche il Ruanda è stato investito dalla seconda ondata. Ed ora dovrà affrontare la sfida dei vaccini. Il Paese della Regione dei Grandi Laghi è stato uno dei primi a dichiarare il lockdown nazionale, ma la differenza l’ha fatta il suo sistema ospedaliero decentralizzato che ha consentito di mantenere sotto controllo tutte le comunità. A ciò si è aggiunta l’esperienza acquisita nella lotta a Ebola e all’Hiv. Anche in questo campo l’innovazione è stata fondamentale. Per esempio, il Paese ha sviluppato un test multiplo. Un sistema innovativo basato su un algoritmo che permette di effettuare più test per il Covid-19 allo stesso tempo riducendo costi, tempi di attesa e quindi, la circolazione di persone potenzialmente positive. A elaborarlo è stato Wilfred Ndifon, epidemiologo, matematico e direttore dell’African Institute for Mathematical Sciences Global Network di Kigali. I medici, inoltre, sono stati supportati da cinque robot anti-pandemici che monitorano i pazienti permettendo una riduzione della possibilità che i sanitari vengano infettati.  Secondo una classifica stilata dal Low Institute, think-tank australiano di Sindney, che comprende 98 paesi del mondo, il Ruanda si è classificato sesto assoluto – e primo in Africa – con 80,8 punti per capacità di contrasto alla pandemia, al primo posto c’è la Nuova Zelanda.
Il pugno di ferro del regime si è visto, anche, nella gestione della pandemia. I trasgressori delle regole sono stati sottoposti a un “ripasso” delle regole anti-Covid anche di notte. Giusto o sbagliato che sia, Kagame i risultati nel contenimento della diffusione del virus li ha ottenuti.

(Angelo Ravasi)

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