Giovanni Pigatto | Tunisia, elezioni apertissime

di Enrico Casale

I candidati degni di nota possono essere ridotti a cinque, anche se solo due di questi riusciranno a concorrere per il ballottaggio, visto che sarà molto improbabile che uno di questi raggiunga la metà più uno dei voti direttamente al primo turno

Si terranno questa domenica le elezioni per eleggere il nuovo presidente della repubblica della Tunisia, anticipate di due mesi dopo la morte del presidente uscente Béji Caïd Essebsi, scomparso il 25 luglio scorso a 93 anni.
Più di sette milioni di persone aventi diritto di voto sono chiamati alle urne, circa due milioni e mezzo in più rispetto alle elezioni amministrative dello scorso anno.

La commissione elettorale algerina, l’Isie (Instance supérieure indépendante pour les élections), ha ammesso alla competizione elettorale ventisei candidati, e l’esito è quanto mai incerto, come si vede dai sondaggi condotti negli ultimi sei mesi.

In Tunisia, così come nella maggior parte delle ex colonie francesi, il presidente della repubblica viene eletto con un doppio turno molto simile al sistema che elegge il presidente francese: se nessuno dei candidati ottiene la maggioranza più uno dei voti al primo turno, è necessario un ballottaggio tra i due candidati più votati, che quest’anno si dovrebbe tenere il 3 novembre, dopo le elezioni per rinnovare il parlamento che sono fissate per domenica 6 ottobre.

Secondo la Costituzione tunisina, possono candidarsi a presidente tutti i cittadini con almeno 35 anni d’età, di nazionalità tunisina e di religione musulmana.

Alcune importanti modifiche attuate alla carta costituzionale nel 2014 hanno depotenziato i poteri del presidente della repubblica a favore del presidente del consiglio dei ministri e del suo governo, che è nominato e votato dal parlamento. In particolare, il nuovo articolo 77 prevede che il capo dello stato abbia la responsabilità di rappresentare lo Stato e di definire politiche generali nei settori della difesa, degli affari esteri e della sicurezza nazionale, previa consultazione con il capo del governo. Ha anche il potere di sciogliere il parlamento (nei casi previsti dalla legge), di presiedere il Consiglio di sicurezza nazionale e di garantire l’alto comando delle forze armate, di dichiarare guerra e concludere la pace.

Non basterà dunque seguire questa tornata elettorale per capire chi comanderà per i prossimi cinque anni in questo Paese strettamente connesso con l’Italia per almeno due motivi: le politiche energetiche e le politiche migratorie.

I candidati degni di nota possono essere ridotti a cinque, anche se solo due di questi riusciranno a concorrere per il ballottaggio, visto che sarà molto improbabile che uno di questi raggiunga la metà più uno dei voti direttamente al primo turno.

Nabil Karoui, 56 anni, è un uomo d’affari che si occupa soprattutto di telecomunicazioni e attualmente si trova in carcere accusato di riciclaggio di denaro. Candidato antisistema, il «Berlusconi tunisino», come lo chiama qualcuno, è dato come favorito dagli ultimi sondaggi. Sebbene privato della propria libertà, il suo comitato elettorale sta lavorando alacremente per lui, ad esempio tappezzando Tunisi con manifesti che dicono «La prigione non ci fermerà… Ci vediamo il 15 settembre».

In grande crescita nei sondaggi è anche Kaïs Saïed, candidato indipendente, professore universitario di diritto costituzionale. Ha 61 anni e anche la sua è una candidatura antisistema, che propone la trasformazione dell’Assemblea Nazionale e promette che non risiederà nella residenza presidenziale di Cartagine. Favorevole alla pena di morte e molto conservatore su diverse questioni, come l’omosessualità, ha un elettorato relativamente giovane, che vede in lui l’integrità che manca a molta classe dirigente tunisina.

Youssef Chahed è il primo ministro dal 2016 e si candida a presidente a capo del Tahya Tounes (Viva la Tunisia), partito da lui stesso fondato dopo la sua esclusione dal partito precedente, l’Ennahdha (Movimento della Rinascita). Nella sua campagna elettorale punta molto sui risultati del suo governo in campo economico, sebbene non del tutto soddisfacenti secondo gli osservatori.

Abir Moussi è la candidata a capo del Partito Libero della Costituzione, collocato molto a destra nell’emiciclo tunisino, e che guarda con nostalgia la dittatura autoritaria di Ben Ali. Considera l’omosessualità un crimine e propone di trattare in modo differente i bambini nati fuori dal matrimonio.

Infine, Moncef Marzouki è stato il presidente della Tunisia dal 2011 al 2014 e riprova a candidarsi, sebbene secondo i sondaggi sembra avere poche possibilità di arrivare al ballottaggio.

Queste sono le seconde elezioni libere e democratiche dopo quelle che hanno seguito, nel 2011, la cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini che, all’interno del più ampio contesto delle primavere arabe che hanno coinvolto quasi tutto il nord Africa, hanno destituito il precedente presidente-dittatore Ben Ali, in carica ininterrottamente dal 1987.

Alle elezioni presidenziali del 2014 riuscirono ad accedere al ballottaggio il presidente uscente dell’epoca, Moncef Marzouki, e Beji Caïd Essebsi a capo di un’ampia alleanza chiamata Nidaa Tounes (Appello della Tunisia).

Al primo turno, questi due candidati arrivarono molto sotto la soglia della metà più uno dei voti, il presidente uscente molto forte nei governatorati del sud, mentre lo sfidante andò decisamente meglio in quelli del nord e nella capitale.

Tutti gli osservatori sono concordi nel dire che la situazione quest’anno sia quanto mai incerta, ma sicuramente chiunque diventerà presidente dovrà dare risposta ai grandi problemi del Paese come la crisi economica e la corruzione galoppante che coinvolge tutti i settori dell’amministrazione pubblica tunisina.

Inoltre, un altro tema determinante sarà la lotta alle moltissime disparità ancora presenti nel Paese, tra le regioni dell’entroterra dalla bassa urbanizzazione e le regioni poste sulla costa, più avanzate e dal tenore di vita mediamente più alto.

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giovanni pigattoGiovanni Pigatto. Una passione per la politica e per la storia. Scrive di Africa e cura il podcast Ab origine su storia, politica e società del continente nero. Una laurea in lettere moderne a Trento e tanta voglia ancora di imparare…

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