Disputa di confini marittimi Kenya-Somalia. Interviene l’Etiopia

di Marco Simoncelli

Il governo di Addis Abeba ha deciso di inviare degli emissari mediatori in Kenya e in Somalia per cercare di risolvere la disputa sul confine marittimo fra i due paesi. Lo ha rivelato ieri il quotidiano keniano Daily Nation, secondo cui il primo ministro etiope Abiy Ahmed, presidente di turno dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), ha programmato un incontro con i presidenti Uhuru Kenyatta e Mohammed Abdullahi “Farmajo” per il prossimo 13 luglio in cui si parlerà di questo tema.

I nuovi sviluppi giungono dopo che il mese scorso la Corte internazionale di giustizia (Cig) dell’Aja ha fissato per i primi giorni di settembre l’inizio dell’audizione riguardo la disputa marittima. La controversia è tale perché in gioco ci sono i diritti di sfruttamento delle risorse che si trovano in 100mila kmq di Oceano Indiano, delimitati da un triangolo che ha uno dei vertici a Lamu, sul confine tra i due paesi, e due lati che seguono i confini rispettivamente rivendicati. Il Kenya si appella a pratiche dell’era coloniale dicendo che il suo confine da oltre un secolo segue il parallelo che passando da Lamu si estende nell’Oceano Indiano in linea retta. La Somalia invece, si appella ad altre convenzioni e rivendica un confine che segue la direzione di quello terrestre estendendosi in linea obliqua.

La disputa giudiziaria è stata sollevata nell’agosto 2014 quando la Somalia ha citato in giudizio il Kenya presso la Cig chiedendo un’adeguata determinazione del confine marittimo tra i due paesi, tuttavia le autorità di Nairobi hanno contestato il caso accusando Mogadiscio di aver agito in malafede ignorando il memorandum d’intesa firmato nel 2009, che assegnava la precedenza a quest’ultimo rispetto al ricorso alla Cig.

La crisi fra i due paesi ha conosciuto un’escalation nelle ultime settimane dopo che le autorità del Kenya hanno autorizzato la chiusura “a tempo indeterminato” del confine nella contea di Lamu ufficialmente per motivi di sicurezza. Secondo quanto riferito da fonti locali, il confine rimarrà aperto solo agli agenti di sicurezza e vieta inoltre ai residenti che vivono nelle aree di confine di svolgere qualsiasi commercio transfrontaliero. Il provvedimento giunge dopo che le autorità di Nairobi hanno messo al bando le attività di pesca al largo della costa al confine con la Somalia, sostenendo che il commercio illegale, compresi i beni contraffatti, e il traffico di esseri umani e droghe sia in aumento nella regione.

A fine maggio le autorità di Nairobi avevano interpretato come “un affronto” l’approvazione, da parte del parlamento di Mogadiscio, della controversa legge che introduce un quadro legale per regolamentare il settore petrolifero, dando così il via libera al governo per la concessione delle licenze petrolifere entro la fine del 2019. L’approvazione della legge era stata al centro di aspre polemiche dopo che, nel febbraio scorso, il ministro del Petrolio somalo aveva annunciato che il governo federale di Mogadiscio avrebbe assegnato le prime licenze di esplorazione petrolifera alle compagnie straniere entro la fine di quest’anno.

Le relazioni tra i due paesi sono peggiorate fino al punto che in maggio il Kenya ha negato il visto a diplomatici somali che avrebbero dovuto partecipare ad una conferenza internazionale a Nairobi. Mogadiscio, come ritorsione, ha deciso che non sarà più concesso lavorare in Somalia alle ong con uffici a Nairobi.

Secondo diversi analisti politici, i motivi dell’escalation dell’ultimo periodo è legata alla pressione di diverse multinazionali petrolifere interessate a far mettere a gara i giacimenti. Ma altrettanto importanti sarebbero i problemi politici interni alla Somalia. Il paese infatti si prepara ad elezioni presidenziali previste per il prossimo anno e che si prevedono molto combattute.

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