Curare le ferite invisibili dei bambini e ragazzini stranieri arrivati soli in Italia

di claudia

a cura di GRT – Gruppo per le Relazioni Transculturali

Ogni anno In Italia sbarcano in media oltre 12 mila minori stranieri non accompagnati. Le condizioni del viaggio peggiorano, come pure i rischi che corrono di essere maltrattati, torturati e perdere la propria vita. In loro soccorso opera un team di psicoterapeuti, educatori e mediatori culturali di GRT – Gruppo per le Relazioni Transculturali

Dal gennaio 2023 sono sbarcati in Italia circa 12 mila minori stranieri non accompagnati. Più o meno gli stessi numeri sono stati registrati gli anni precedenti. Un fenomeno che è balzato agli onori delle cronache dopo l’ennesimo decreto migranti del governo Meloni che prevede l’espulsione per chi mente su quanti anni ha. Il Paese di partenza varia a seconda delle situazioni specifiche: guerre, distruzioni, violenze, soprusi, cambiamenti climatici che rendono impossibile la sopravvivenza. Più in generale, a spingere i giovani al viaggio è spesso il desiderio di un’altra vita, più dignitosa, economicamente più soddisfacente, di poter studiare, di poter essere un vero sostegno per la famiglia, per scelta o per “dovere” familiare.

Le convenzioni internazionali sull’infanzia parlano chiaro, così come le leggi nazionali: i bambini devono essere protetti e tutelati. Ma cosa significa concretamente? Che cosa significa “tutela e protezione” per i giovani che sbarcano nel nostro Paese? Il cosiddetto minore straniero non accompagnato porta con sé caratteristiche specifiche e allo stesso tempo apre uno scenario sociale in continua evoluzione.

Lo sguardo dovrebbe ancorarsi innanzitutto sulla persona, senza la pretesa di interpretazione aprioristica di quanto e cosa abbia vissuto inserendola subito in una categoria sociale o diagnostica chiusa. Dovrebbe avere un’accoglienza degna di questo nome, che parta dai suoi diritti. L’età, di per sé un artefatto culturale di cui spesso si sottovaluta l’importanza, viene ostentata, a volte nascosta, a volte aumentata, e attiva significati culturali e risvolti legali che non sono uguali in tutti i Paesi, tanto meno nelle diverse sottoculture di appartenenza dei ragazzi che sbarcano in Italia.

Mentre l’età di indipendenza e separazione dalle famiglie di origine per gli italiani sembra aumentare, nelle altre parti del mondo essa sembra ridursi. Al centro clinico transculturale di Grt assistiamo a una diminuzione progressiva dell’età: una decina di anni fa arrivavano a 17 anni, quasi 18, ora arrivano già a 13 anni, ma ormai ci sono anche i piccolissimi di tre o quattro anni, che però seguono un iter progettuale diverso.
Le condizioni del viaggio sono notevolmente peggiorate, come pure i rischi che corrono di essere maltrattati, torturati, di vedere soprusi, barche rovesciarsi, persone morire in acqua o di fame… e perdere la propria vita.
Sbarcare in Italia vuol dire essere diventati “grandi”, aver superato quel rituale di passaggio all’età adulta che li carica di doveri familiari di riuscita.

Comprendere le regole e le diverse applicazioni, il concetto di legale/illegale e autorità è il primo passo nei nostri colloqui terapeutici al Grt, per aiutarli a capire il nuovo contesto in cui sono approdati. Capire diritti e doveri li aiuta a collocarsi nello spazio, a ricostruire una linea del tempo e a rivedere quelle speranze, ma anche false illusioni, che li hanno spinti a partire, ma che hanno anche dato una luce di speranza durante la traversata. Distruggere quei pensieri, quelle belle, ma falsate, immagini di come sia l’Italia (“il Duomo di Milano” è l’immagine di bellezza e ricchezza che tantissimi hanno come mito) e della facilità di vita è una brutta doccia fredda, che va calibrata a seconda di chi abbiamo davanti. Il tutto va di pari passo con un adattamento psicologico, sociale e materiale che però non segue quasi mai un percorso lineare né prevedibile.

Questi ragazzi per lo più vengono inseriti in comunità di minori ed è lì che iniziano a rivendicare la loro età, la loro adultità e i loro diritti. Diritti che nella maggioranza dei casi non conoscono in quanto tali e che si trasformano agli occhi degli operatori in “tutto è dovuto”. Una pretesa e risarcimento come un pozzo senza fondo che, quando finisce la fase iniziale della luna di miele e si passa all’esame di realtà, sono difficili da negoziare, da comprendere, da far riequilibrare rispetto alle aspettative e speranze con cui erano partiti. Il diritto personale diventa molto spesso un confronto con l’altro, una preferenza dell’educatore, un immobilismo che non permette di attivarsi, mentre si aspetta che qualcosa magicamente accada.

Se Ibrahim sconfortato si confida – «Mi sono pentito, voglio tornare a casa, mi manca la mia famiglia, mi manca la mia libertà…» –, c’è chi, come Mustafa, vive fasi di onnipotenza: Me ne frego, faccio quello che voglio, qui posso ottenere i documenti, un lavoro, poi tornerò a casa…». Viene però il momento in cui desiderano ardentemente, nessuno escluso, tornare a casa e vedere la mamma, renderla fiera di loro. La verità e le fatiche non contano, o almeno in quel frangente non contano più, gli occhi si gonfiano di emozioni pensando a quell’abbraccio.
Intanto, il presente… Non tutti riescono a reggere il peso della società italiana, le richieste, le regole comunitarie, il fallimento delle aspettative, l’incomprensione. Tutto quello che per gli operatori fa parte delle buone prassi dell’accoglienza e del progetto plausibile per quel ragazzo non coincide mai o mai abbastanza con quello che lui si sente dentro. Quel qualcosa che non si può esprimere perché la cultura d’origine non lo ha “insegnato” o non lo permette. Perché dirlo nella lingua d’origine è un tradimento, ma quella veicolare non è conosciuta a sufficienza per poter esprimere la sofferenza più profonda. E allora il corpo e gli agiti, per lo più depressivi o aggressivi, prendono il sopravvento.

Il team di psicoterapeuti, educatori e mediatori culturali del Grt cerca di avvicinare i due mondi di appartenenza dei ragazzi, di tradurre le emozioni e le sofferenze, di mettere parole dove loro non possono ancora metterle, di dar voce quando questa è stata portata via da violenze e torture, dal mare. L’approccio transculturale guida i professionisti a mettersi nei panni dell’altro tenendo un piede nella cultura e società italiana, mettendo in luce le differenze e creando ponti di comprensione, accettazione e ascolto. Uno degli strumenti che usiamo è la fotografia. Abbiamo ideato un laboratorio fotografico che ci porta per le vie della città con ragazzi di diversa provenienza, età, lingua e religione. L’esplorazione della città permette di scoprire, stupirsi, comprendere ma anche di esplorare sé stessi, in maniera ludica e attraverso l’occhio guida della macchina fotografica che protegge e mette a fuoco aspetti che possono essere rielaborati emotivamente con i terapeuti in studio.

Il processo di integrazione è continuo, attraverso il lavoro di rete con le strutture di accoglienza e tutti i servizi del territorio. Dove però non mancano le storture del sistema di accoglienza e le specificità delle politiche locali, che giocano un fattore determinante rispetto alla concreta realizzazione dei diritti minimi, a partire da studio e lavoro, verso un’integrazione fattiva nella società. Un terno al lotto, che si palesa negli sguardi pieni di gioia o di disperazione dei ragazzi che incontriamo. Alcune strutture, grazie anche a progetti privati e finanziamenti esterni, riescono ad avviare velocemente tirocini e trovare casa, ma nella maggior parte delle situazioni ciò che riscontriamo è la frustrazione, la rabbia, l’impotenza degli operatori che non riescono a far aprire le porte ai loro assistiti, soprattutto dei più fragili, perché i tempi istituzionali non corrispondono a quelli di risposta psicologici personali.

Grt vuole portare avanti la sfida di far sentire questi giovani meno stranieri, meno estranei, meno diversi, ma semplicemente giovani, scoprendo nuovi modi di rendere ogni strada una nuova possibilità da creare e attraversare insieme. La felicità sul volto di un ragazzo che, dopo aver attraversato il mare e abbandonato giovanissimo la famiglia, riesce a studiare o lavorare, è un successo che riguarda tutti.

(contenuto redazionale di Coopera in Africa)

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