Covid-19| Il modello svedese e i morti somali

di Stefania Ragusa
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Si sta parlando molto in queste ore della risposta svedese alla pandemia da Covid-19, ossia di come il paese scandinavo stia affrontando l’emergenza senza dichiararla, ma affidandosi al senso di responsabilità e fiducia verso le istituzioni che caratterizzerebbe i suoi cittadini. Repubblica ha pubblicato un intervento, firmato dallo scrittore e biologo Fredrik Sjöberg che, dal suo buen retiro su un’isola dell’arcipelago di Stoccolma, ben rifornito di legna e aspettando – anche metaforicamene – la primavera, spiega la via svedese al coronavirus.
Nel testo – riservato agli abbonati – con molta pacatezza e venature di culturalismo, sono esaltate le virtù svedesi: il già citato senso di responsabilità, la fiducia in uno Stato che ha un tasso di corruzione quasi irrisorio, la capacità di autoregolarsi, la disciplina, la solidarietà, una sorta di illuminato e pacifico patriottismo derivato probabilmente dalla storia nazionale (“la Svezia esisteva già nel medioevo, e credo che le radici della fiducia affondino fin là”).
Le virtù svedesi conducono diritte a una diversità svedese che avrebbe solo minute smagliature. Scrive a un certo punto Siöberg: «Anche noi dobbiamo gestire certi ricchi viziati che reputano la settimana bianca più importante di ogni forma di solidarietà e, negli ultimi tempi, un sottoproletariato d’importazione, extraeuropeo, tra cui la povertà e l’affollamento delle abitazioni favorisce il contagio, ma si tratta di fenomeni marginali».
Dei ricchi viziati – come sempre – sappiamo e ci interessiamo poco. Ma a proposito del sottoproletariato di importazione extraeuropeo, ostinatamente povero e promiscuo, qualcosa ci sembra doveroso aggiungere.
Ci ha colpito, per esempio, questo articolo  che evidenzia come a morire di coronavirus in Svezia, in questo momento, siano soprattutto somali. Al 30 marzo, su 89 decessi, 6 erano riconducibili a persone di origine somala. Un dato anomalo, se si considera che nella regione di Stoccolma appena lo 0,84% della popolazione risulta nato in Somalia. Sembra inoltre che le indicazioni utili per proteggersi dal coronavirus e sui comportamenti da evitare non siano state diffuse per tempo in forma (in lingua) tale da poter raggiungere le periferie.
La scrittrice Igiaba Scego, che ringrazio per avere condiviso l’articolo su FB, osserva come il cerchio di fiducia che definisce la diversità svedese abbia una chiara connotazione di classe e di provenienza geografica o, se preferite, di colore della pelle. «Ho parenti in Svezia e nei ghetti dove finiscono molti rifugiati non sono arrivate nemmeno le informazioni base. Molti somali sono morti o si sono ammalati gravemente. Succede anche, testimonianza appena ricevuta, che se vieni da un quartiere ghetto e lavori magari dall’altra parte della città, appena si sa dove abiti sei sospeso dal lavoro». Quando le regole non valgono per tutti, quando le informazioni non sono tradotte per tutti, quando la solidarietà si esplica secondo un solo paradigma, che non considera la possibilità che qualcuno sia povero, promiscuo o, semplicemente, non svedese, ecco che anche il più luminoso cerchio di fiducia può trasformarsi rapidamente in un pesante cerchio di esclusione.

(Stefania Ragusa)

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