Colonialismo umanitario e altri mali. Intervista a Binyavanga Wainaina

di Stefania Ragusa

La scorsa settimana è mancato lo scrittore e attivista keniota Binyavanga Wainaina. Gabriella Grasso lo aveva intervistato per Corriere delle Migrazioni nel 2013, quando Wainaina era stato invitato al Festivaletteratura di Mantova a presentare la sua autobiografia. A distanza di sei anni quell’intervista, centrata sul rapporto tra Africa e Europa, non ha perso la sua attualità e abbiamo scelto dunque di riproporla ai nostri lettori.

Binyavanga Wainaina, 42 anni, scrittore e giornalista keniota. Nel 2011 era a Ferrara, al Festival della rivista Internazionale. Al termine dell’incontro, una persona del pubblico prese la parola e, con aria sinceramente accorata, domandò: «Ma noi cosa possiamo fare, davvero, per l’Africa?». Wainaina, con il suo tipico fare istrionico, rispose sorridendo: «Nient’altro, grazie mille. Non fate niente, per favore. Avete già fatto abbastanza!». Questa battuta, che suscitò l’ilarità e gli applausi del pubblico di Ferrara, riassume la sua posizione. Nel 2005 Wainaina aveva fatto parlare di sé per l’articolo “How to Write about Africa”, comparso sulla rivista letteraria inglese Granta, una summa delle parole e degli stereotipi fondamentali per realizzare un testo di successo avente come oggetto il continente africano.
Adesso è arrivato in libreria Un giorno scriverò di questo posto (edito in Italia da 66thand2nd, traduzione di Giovanni Garbellini, 18 euro), un memoir in cui l’autore ripercorre la propria vita, dall’infanzia in Kenya fino all’odierna esperienza di direttore del Chinua Achebe Center for African Writers and Artists del Bard College di New York. Lo ha presentato al Festivaletteratura di Mantova, dove lo abbiamo incontrato.

Questo suo libro nasce dall’esigenza di dimostrare che si può scrivere di Africa anche senza usare stereotipi?

«No: la situazione dell’Africa e i suoi rapporti con l’Europa è un argomento di cui parlo spesso in pubblico, ma non è centrale nella mia produzione letteraria. Ho lavorato a questo libro per sette anni e lo avevo già scritto quando è uscito How to Write about Africa. Quell’articolo nacque per caso. Avevo letto il numero che Granta aveva dedicato nel 1994 all’Africa e mi ero indignato. C’era un solo scrittore africano! Avevo inviato una mail di protesta. Qualche anno dopo Granta mi ha chiesto di dare un contributo a un nuovo numero sul tema e io l’ho fatto limando il testo di quella mail».

Molti europei ritengono, in buona fede, che occorra aiutare l’Africa. Attraverso l’azione delle ong, ma anche con interventi armati, come in Mali. Lei ha dichiarato che «gli aiuti umanitari hanno l’obiettivo di mantenere le popolazioni in una condizione di passività e dipendenza». Ci chiarisce il suo punto di vista?
«Non ho condiviso gli interventi in Libia o in Mali. E ribadisco quanto ho dichiarato sugli interventi umanitari. Il colonialismo è arrivato con i missionari, non con le armi: quelle sono subentrate dopo. Da allora non è cambiato niente. I francesi, oggi, intervengono in Paesi che considerano ancora propri, influenzandone l’economia e i governi. Se riescono a controllare il voto di un certo numero di Stati all’interno delle Nazioni Unite, la loro sfera di influenza nel mondo rimane enorme. Questo nuovo zelo occidentale che mira a portare la democrazia o eliminare personaggi come Gheddafi non mi convince. Gheddafi aveva fatto anche qualcosa di buono: aveva contribuito a fondare l’Unione Africana, e pure istituzioni come l’Ecowas (Economic Community of West African States, ndr) si sono realizzate grazie al suo supporto. Era un pazzo, sì, ma se n’è voluto fare una specie di demonio. La Libia prima o poi sarebbe implosa comunque, come sta accadendo alla Siria: ma a che punto è la Libia adesso? Durante gli anni Ottanta e Novanta in molti Paesi africani la situazione arrivò a essere ben più critica di quanto non fosse quella del Mali nei mesi scorsi: eppure, nessuno fece nulla. Ogni intervento è un esercizio di potere: perché una volta che la sovranità di un Paese è stata messa in discussione, è più facile controllarlo».

Ma perché dire no anche agli interventi umanitari?
«Il 70 o l’80% delle organizzazioni umanitarie è finanziata dai governi: non è denaro indipendente, i liberi contributi dei cittadini ne costituiscono una parte minima. Si tratta di operazioni di marketing per proseguire con l’imperialismo. Forse esistono anche organizzazioni indipendenti, ma davanti a qualunque “regalo” arrivi dall’Europa non è possibile non avere dei sospetti».

Anche il turismo può trasformarsi in una forma di colonialismo?

«No, quando i turisti battono le mani entusiasti davanti a un’esibizione di danza tradizionale in costume, tra loro e i danzatori c’è un onesto scambio di denaro. E non esiste nessuno al mondo che possa vivere al di fuori da questo “contratto”».

Lei ha scritto una lettera aperta a Madonna criticando con l’ironia il suo impegno in Malawi. Non crede che popstar come lei o Bono (che firma la fascetta dell’edizione italiana del suo libro) possano aiutare a portare attenzione sui problemi dell’Africa?
«Non sapevo della fascetta del mio libro… comunque la risposta è no: io toglierei il visto a queste persone. Usando un’espressione coniata da un mio amico, esiste un “prezzo di mercato della disperazione”. Sei un vip che da un po’ non incide un disco oppure ha un calo di popolarità? Il tuo agente va all’Unicef e ti organizza una campagna. Dieci anni fa accadeva occasionalmente, ora tutte le star sposano una causa in Africa! Queste campagne fanno solo rumore, ma non cambiano niente. Le società non si modificano in questo modo. L’idea di agire in favore dell’Africa fa sentire meglio, procura soddisfazione personale. La disperazione viene venduta e comprata. L’Europa è l’unico posto dove non posso aprire bocca senza che mi venga posta una domanda sugli aiuti umanitari. In Africa ci sono milioni di argomenti interessanti, non possiamo parlare d’altro? Perché parliamo di vip e non della politica estera verso l’Africa? L’intento è chiaro: sviare l’attenzione dalle questioni reali. Molti europei conoscono dell’Africa solo l’azione di Medici Senza Frontiere. E se vai sul sito di qualsiasi ambasciata europea, che magari fa affari nell’ambito dell’estrazione dei diamanti, e mi riferisco ad affari legittimi, quello che probabilmente trovi in homepage è l’immagine dell’ambasciatore che porta aiuto alle popolazioni locali. Non è un caso, si tratta di una politica precisa».

Quindi se ora le ponessi la stessa domanda che le fece quello spettatore a Ferrara, avrei la stessa risposta?
«Io penso questo: la relazione tra Africa ed Europa ha bisogno di un periodo di disintossicazione. Dobbiamo prenderci una pausa, come accade a una coppia che è stata insieme per troppo tempo. L’Europa deve andare in rehab e scomparire per un po’: niente telefonate, niente sms. Deve pensare alla propria vita, concentrarsi sui propri problemi emotivi. Perché al momento non è possibile avere uno scambio di opinioni sereno. Nel frattempo, noi africani possiamo dedicarci a stringere rapporti più stretti tra di noi, realizzando progetti economici e culturali. E possiamo parlare con i cinesi, con i quali la comunicazione, libera da pregressi rapporti coloniali, è molto diretta: soldi in cambio di qualcosa. Quando l’Europa si libererà della sindrome del genitore, perché di questo si tratta, allora potremo tornare a frequentarci e a dialogare».

Qual è lo stato della letteratura nel suo Paese e in generale in Africa? Esiste una produzione letteraria priva di stereotipi?
«In Africa c’è un incredibile fermento economico e culturale. Quattro delle dieci economie mondiali che stanno crescendo più velocemente sono africane. La geografia di città come Nairobi o Lagos cambia continuamente, la produzione culturale si sposta in periferia. La tecnologia sta consentendo grandi innovazioni, anche in ambito musicale e letterario, e infatti online si leggono cose interessanti e fresche. Per quanto riguarda gli stereotipi, si tratta di un falso problema. Esiste un florido mercato degli stereotipi perché piacciono agli europei. La maggior parte degli scrittori africani non scrive di stereotipi, ma siccome esiste una sorta di lista degli argomenti che il pubblico occidentale ama, basta che un libro ne parli perché l’autore venga subito intervistato e invitato nelle tv di tutto il mondo. Se io scrivessi una storia d’amore oppure un romanzo divertente o bizzarro, mi sentirei domandare: perché ti sei allontanato dalle questioni davvero importanti? Ma è l’Occidente che ha deciso quali sono queste questioni importanti. E gli stereotipi sono un esercizio di potere».

Gabriella Grasso

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