Camerun, guerra informatica: Youndé taglia i social agli anglofoni per spegnerne la protesta

di Enrico Casale
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di Enrico Casale
La guerra continua nelle regioni anglofone del Camerun. Non una guerra con armi da fuoco, morti e feriti. Almeno per il momento, si tratta di un conflitto informatico. Le autorità di Yaoundé hanno isolato le regioni imponendo rigide restrizioni all’accesso dei social network (Facebook, Twitter, WahtsApp, ecc.). Il blackout si trascina ormai da due mesi sebbene le autorità centrali abbiano più volte smentito l’esistenza di un piano preordinato per escludere le zone ribelli.

Per comprendere la situazione è forse utile fare un passo indietro. Da anni, le regioni anglofone, poste a nord-ovest e a sud-ovest e pari a circa il 20% della popolazione del Paese, chiedeono maggiore autonomia e il riconoscimento della loro specifità linguistica nelle scuole, nei tribunali e negli uffici pubblici. Il governo di Yaoundé ha sempre risposto in modo insufficiente e le regioni anglofone si sono sentite emarginate. Da qui è nato un crescente malcontento che, a partire dal novembre 2016, è sfociato nella aperta richiesta di secessione dal resto del Camerun. Alcuni gruppi indipendentisti hanno addiritturo proclamato l’indipendenza il 30 settembre di quest’anno.

Per rispondere a questo tentativo di secessione, il governo centrale ha messo in atto uno spiegamento di sicurezza pesante. Ne sono nati forti scontri che hanno provocato morti, feriti e arresti di massa. Proprio per evitare che le tensioni aumentassero, il governo ha bloccato anche il flusso di informazioni, restringendo o, in alcuni casi, impedendo l’accesso ai social network. Ormai è prassi, dopo le Primavere arabe in cui i social ebbero un ruolo fondamentale nel trasmettere parole d’ordine, che i governi africani blocchino i server in caso di proteste diffuse. Gli stassi esponenti del governo di Yaoundé hanno ammesso che il blocco, almeno inizialmente, era stato ordinato per evitare che i social media fossero utilizzati «attivamente per diffondere informazioni false e per incitare membri del pubblico contro le istituzioni statali».

Quello che doveva essere un provvedimento temporaneo, oggi è diventata una misura permanente. Due regioni sono quindi costantemente isolate dai social. Le Nazioni Unite hanno anche descritto la mossa come un atto che calpesta la libertà di parola e di espressione. «Queste restrizioni – è scritto in un rapporto dell’Onu – devono cessare immediatamente e il governo deve garantire un’indagine approfondita, imparziale e indipendente su tutte le accuse di violazioni dei diritti umani perpetrate durante e dopo gli eventi del 1° ottobre. Il governo deve adottare misure efficaci per perseguire e sanzionare tutti i responsabili di tali violazioni».

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