Buddhisti all’Equatore

di Diego Fiore
Buddhisti
Tempo di lettura stimato: 5 minuti

(reportage dal numero 2/2020 di Africa)

In Uganda si trova il primo e unico tempio realizzato da buddhisti africani. Siamo andati a visitarlo e abbiamo fatto conoscenza dell’uomo che ha consacrato la sua vita alla diffusione della dottrina buddhista nel cuore del continente

Al tramonto, la tunica arancione di Bhante Buddharakkhita sembra prendere fuoco. I riflessi del sole riverberano nella baia punteggiata in lontananza dalle piroghe dei pescatori. Siamo sulle rive del Lago Vittoria, non lontano dalla città di Entebbe, in una radura immersa in un silenzio irreale. «Vengo in questo posto appartato ogni volta che posso per meditare», dice l’uomo, seduto a gambe incrociate su un masso vicino all’acqua. Ha gli occhi socchiusi rivolti verso gli ultimi raggi luminosi, da cui pare trarre energia e ispirazione. «Nel buddhismo ho trovato le risposte che cercavo. Il senso della mia stessa esistenza. Oggi vivo in pace con il mondo. Non temo più nulla. Non ho paura della morte, della sofferenza, della malattia. Sono libero. E desidero trasmettere questo senso di libertà e di pace al maggior numero di persone possibile».

Sedotto in India
Buddharakkhita, 52 anni, è il primo monaco buddhista africano. Nato e cresciuto in Uganda – dove l’85% della popolazione è cristiana, l’11% musulmana e i restanti professano le religioni tradizionali –, ha conosciuto la dottrina buddhista durante un viaggio di studio in India, quando frequentava l’università.
«Allora ero giovane e irrequieto – ricorda –. La domenica andavo in chiesa, leggevo la Bibbia e ascoltavo le parole del sacerdote. Ma non ero sereno né convinto. Come tutti i fedeli facevo la professione di fede, con la quale proclamavo a parole il credo nella resurrezione e nella vita eterna, ma poi ai funerali vedevo amici e parrocchiani disperati, che non sapevano darsi pace per la perdita del proprio caro. La fede era fragile. Gli incidenti e le malattie erano considerati castighi divini o maledizioni sataniche. E nella vita di tutti i giorni notavo che il materialismo aveva il sopravvento sulla sfera spirituale… Esattamente il contrario di quanto ho visto nelle comunità buddhiste che ho avuto la fortuna di conoscere».
A poco a poco, Bhante si è staccato dalla religione cristiana. Affascinato dal mondo buddhista, ha compiuto nuovi viaggi nell’Asia meridionale e nel Sud-est asiatico, con l’obiettivo di studiare e approfondire le tradizioni, i sistemi di pensiero, le pratiche devozionali e le tecniche spirituali di quella dottrina, così lontana dal mondo africano.

La promessa al Dalai Lama
India, Cina, Sri Lanka, Thailandia, Cambogia, Birmania e Laos. È stato un lungo percorso di formazione che gli ha permesso, dopo sette anni di studi e di dure prove, di essere ordinato “Venerabile” (il titolo con cui si indicano i monaci) in un tempio Theravāda, della più antica scuola buddhista tra quelle tuttora esistenti. «Grazie al buddhismo ho aperto gli occhi, la mente… il cuore. Ho iniziato a percorrere la strada verso l’illuminazione», dice. «Quando sono tornato a casa, nel 2003, con la testa pelata e la tunica tradizionale, molti hanno pensato che fossi impazzito», ricorda divertito.
«C’è voluto molto tempo per far comprendere loro i significati profondi che si celavano dietro quel look all’apparenza eccentrico. Oggi i miei amici e familiari comprendono la mia scelta. La rispettano, l’apprezzano. Si sono resi conto che sono migliorato, come persona, e si rallegrano per le qualità che ho appreso grazie al mio percorso spirituale. Persino mia madre è diventata buddhista».
Quindici anni fa, durante un viaggio in Tibet, Bhante Buddharakkhita ha incontrato il Dalai Lama, guida spiritale di milioni di buddhisti di tutto il mondo. «A Sua Santità feci una promessa solenne – ricorda il monaco ugandese –. Gli dissi che avrei consacrato la mia vita a diffondere il seme del buddhismo nel cuore dell’Africa equatoriale». Così è stato. Con l’aiuto di comunità buddhiste sparse per tutto il mondo, una dozzina di anni fa ha realizzato il primo tempio buddhista gestito da africani (nel continente ne esistono altri, ma raccolgono essenzialmente fedeli di origine asiatica). Ha voluto costruirlo a Garuga, sulle rive del Lago Vittoria, lontano da Kampala, la capitale, sua città natale, perché sentiva bisogno di un posto più tranquillo dove poter meditare.

Masai o maestro di kung-fu
«I primi tempi non sono stati facili – confessa –. La gente del posto pensava fossi il capo di una setta venuto a fare proselitismo. Temeva volessi arricchirmi facendo leva sulla credulità e le fragilità delle persone, come spesso fanno i predicatori cristiani, autoproclamati “profeti di Cristo”. Ma quando ha visto il mio stile di vita, umile e semplice, s’è ricreduta e ha cominciato a incuriosirsi. Oggi il monastero è frequentato da una cinquantina di buddhisti ugandesi. Ci sono due monaci locali, a cui talvolta si aggiunge un ospite straniero. E una decina di giovani novizi che stanno preparandosi per poter prendere i voti».
La vita al tempio è scandita dalle preghiere. Si inizia alle 6, si finisce dopo il tramonto. I momenti di meditazione si alternano alle attività sociali cui si dedicano i discepoli nel quartiere, abitato soprattutto da poveri pescatori. Scuola di cucito per le donne, alfabetizzazione per i bambini, distribuzione di zanzariere contro la malaria e costruzione di pozzi per l’acqua potabile.
Passeggiando nella zona, capita spesso di vedere uomini coi sandali ai piedi e avvolti nelle tipiche tuniche, che possono essere arancioni o rosso porpora. Oramai fanno parte integrante del paesaggio. «Nessuno si stupisce più, come avveniva anni fa – commenta Bhante Buddharakkhita –. Ma basta spostarsi altrove perché il mio aspetto provochi curiosità e disorientamento… Il più delle volte vengo scambiato per un guerriero masai o per un maestro di kung-fu», svela divertito. «Chissà, se avessi aperto una scuola di arti marziali, forse oggi avrei più discepoli… Magari in un’altra vita».

(testo e foto di Marco Trovato)

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