«Boko Haram, serve più intelligence»

di Enrico Casale
Nigeria forza anti boko haram
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Boko Haram è ben lontana dall’essere distrutta. Dispiegare le forze armate sul terreno è importante ma, per contrastare a fondo il movimento jihadista legato allo Stato islamico, è necessario un maggiore sforzo, soprattutto nel campo dell’intelligence. È il quadro tracciato dal rapporto pubblicato ieri, 7 luglio 2020, dell’International Crisis Group.

Il bilancio delle azioni di Boko Haram e dello Stato Islamico nella Provincia dell’Africa occidentale (Iswap, ad esso collegato) è tragico. Le vittime sono migliaia e circa due milioni di persone sono fuggite dalle loro case cercando rifugio in altre regioni della Nigeria o, addirittura, all’estero.

Secondo lo studio dell’organizzazione internazionale Camerun, Ciad, Niger e Nigeria, con il supporto del Benin, stanno facendo molto. In cinque anni, la task force militare multinazionale, costituita per far fronte al movimento islamista ha ottenuto buoni risultati. I diecimila soldati messi in campo hanno condotto diverse campagne militari tra il 2017-2019 che hanno avuto il merito di contenere l’avanzata degli insorti, di liberare i civili e, soprattutto, consentire che gli aiuti umanitari fossero distribuiti alla popolazioni stremate.

I progressi di questa azione militare sono però stati per lo più di breve durata. Secondo il rapporto, Boko Haram è un gruppo ancora molto forte e radicato sul territorio ed è in grado di resistere alle ondate di attacchi delle forze armate.

«La minaccia jihadista – è spiegato nel rapporto – non mostra segni di diminuzione e la situazione nel Nord-Est della Nigeria sta ulteriormente deteriorandosi. L’alleanza fra i cinque Stati poi è ancora fragile. Ciascuna nazione è riluttante a cedere il controllo di propri reparti a un comando comune. Ciò significa un’azione che, spesso, è risultata scoordinata per effetto di debole catena di comando».

Una risposta efficace, secondo gli analisti di International Crisis Group, deve quindi passare non solo attraverso un’azione militare, ma anche attraverso sforzi civili per fornire servizi pubblici alla popolazione, migliorare le condizioni di vita nelle aree colpite. «Bisogna riguadagnare la fiducia popolare nell’autorità pubblica – osservano -. È poi necessario offrire ai militanti jihadisti percorsi per smobilitare in modo sicuro. Le operazioni militari sono fondamentali per creare uno spazio di sicurezza e la task force va rafforzata. Le azioni sul campo vanno poi sostenute e coordinate da un intervento capillare a livello di intelligence. Senza questo sforzo è difficile raggiungere risultati durevoli».

Si pone anche il problema del costo dell’intervento. Le finanze dei cinque Paesi sono troppo fragili per sostenere spese militari elevate. «Unione Africana e Unione Europea – conclude il rapporto – dopo aver sostenuto la nascita di questa task force congiunta, devono sostenerla economicamente. Tenendo presente che la minaccia terroristica sconfitta a breve».

(Enrico Casale)

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