Algeria | Ovini, razze autoctone a rischio

di Enrico Casale
Ouled Djellal pecora algerina

L’Algeria rischia di perdere le razze autoctone di ovini. Su dieci razze di pecore presenti tradizionalmente nel Paese, ora rimangono solo le pecore di Ouled Djellal, le più robuste che resistere ai capricci del clima e alle tavole degli umani. Questa razza, da sola, rappresenta il 70% delle greggi in Algeria. Il restante 30% è distribuito su altre nove razze, alcune delle quali in netto declino, come le Hamra, le Rembi e le D’men; mentre altre, come le berbere, le barbarine e le Targuia o le Sidaho, rischiano di scomparire completamente.

Le diverse razze di questo animale millenario, che è riuscito ad adattarsi a un ambiente così ostico come il Sahara e a soddisfare le esigenze delle popolazioni grazie alla loro carne, al loro latte e alla loro lana, rischiano di scomparire se le autorità interessate non interverranno per tutelarle. «Alcune razze sono in netto declino, mentre altre sono decisamente in pericolo. Questo è il caso della razza berbera, una delle più antiche dell’Algeria, molto diffusa lungo il Tell Atlas», avverte Salim Kebbab, veterinario delle autorità locali interpellato dal quotidiano El-Watan. Questa razza indigena, con manto biancastro, offre una lana lucida e traspirante.

Stessa sorte per la barbarine. Questa razza locale, proveniente dall’Asia centrale, è diffusa nel Sud del Paese. Introdotta dai Fenici durante il I millennio a.C., questa pecora «si è adattata nel tempo ai vasti erg del Sud-Est algerino grazie alla sua stazza tozza con una coda grassa, che la distingue anche dal suo antenato. La barbarina è attualmente la principale razza ovina in Tunisia.

Sebbene la Ouled Djellal costituisca la razza di maggioranza in Algeria, non ha ancora un riconoscimento ufficiale. «Non è ancora stato definito uno standard per la Ouled Djella. Standard che dovrebbe conferirgli un autentico status internazionale», spiega il veterinario.

Questo è il motivo per cui gli specialisti chiedono un lavoro urgente per stabilire standard precisi per le specie indigene. «Per evitare – conclude – la perdita del nostro patrimonio genetico animale e la conservazione dei gruppi di animali che vivono da secoli».

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