Fotografe africane, assenti molto presenti

di Stefania Ragusa
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La prima edizione della Biennale della Fotografia Femminile , un progetto ideato dall’Associazione la Papessa, avrebbe dovuto essere inaugurata il 5 marzo a Mantova. Il tema prescelto era il lavoro, anche nelle sue inevitabili intersezioni con il discorso migratorio, ed erano attese artiste molto interessanti da numerose parti del mondo. L’allarme coronavirus ha però stravolto i piani. Mentre attendiamo di sapere quando la manifestazione avrà luogo, vi proponiamo però ugualmente l’intervista fatta alla direttrice artistica, a proposito di un dato che ci aveva colpito:  l’assenza dell’Africa, sia dal punto di vista delle fotografe selezionate, sia da quello dei soggetti proposti.
«Da parte nostra nessuna dimenticanza o rimozione intenzionale», ci ha detto Alessia Locatelli. «Sono stati i limiti di budget e organizzativi, dovuti anche al fatto di essere ancora alla prima edizione, a imporci delle scelte. E tra i progetti interessanti rimasti fuori  ce ne sono stati due che riguardavano appunto  fotografe africane o della diaspora. La nostra intenzione è riprenderli in mano appena possibile».
Di quali progetti si trattava? Può parlarcene comunque?
«Volentieri. Sono entrambi riconducibili alla fotografia d’archivio. Il primo è il lavoro realizzato dalla fotografa afroamericana Jeanne Moutoussamy-Ashe che sfidò la narrazione della donna oggetto dell’obiettivo fotografico con la pubblicazione, nel 1986, di Viewfinders: Black Women Photographers. Si tratta di una raccolta di immagini e biografie che vanno dalla metà del 1800 agli anni ’80 del secolo scorso: il volume ha finalmente dato una storicità alle fotografe professioniste nere. Il secondo è MFON, una pubblicazione curata dalle Women Photographers of the African Diaspora, con lo scopo di promuovere la loro voce a livello internazionale. Sono progetti di nicchia, che meritano di essere valorizzati e promossi».
Putroppo in Italia non c’è molta attenzione verso le produzioni culturali africane e/o dall’Africa. Si conoscono pochi artisti e si tende a soffermarsi sempre su quelli. Ci segnalerebbe i nomi di alcune fotografe africane da tenere d’occhio?
« Hilina Abebe, che vive ad Addis Abeba. Seguo il suo lavoro da tempo e lo trovo molto interessante: si concentra su documentari e ritratti di lunga durata per esplorare la disuguaglianza, l’identità, la storia e il significato della memoria. Unisce il suo background nel giornalismo e nel lavoro sociale per discutere di problemi contemporanei attraverso il linguaggio che le è più consueto. Ha avuto numerose menzioni nei premi internazionali e esposto recentemente in India e negli Stati Uniti. La foto della donna con bambino è opera sua. Sarah Waiswa è una fotografa documentarista e ritrattista nata in Uganda ma domiciliata a Nairobi. Nel 2016 ha vinto il Rencontres d’Arles Discovery Award grazie alla serie Stangers in a Familiar Land, con cui esplorava la persecuzione che gli albini subiscono in molti paesi dell’Africa sub-sahariana, (la foto in apertura, tratta dalla serie Ballet in Kibera, è opera sua, ndr). Un lavoro che mi piace molto, infine, è il progetto Cairoonfoot della fotografa egiziana Sara Osama Zaki. Offre uno sguardo bello e sempre diverso sulla capitale e utilizza un medium contemporaneo e veloce come Instagram».
Alla prossima Biennale potremo incontrare qualcuna di queste artiste?
«Mi auguro dche ciò possa avvenire anche prima. Da qui alla prossima Biennale noi comunque porteremo avanti un lavoro di ricerca e coinvolgimento che si estenderà anche a quei territori che per il momento abbiamo dovuto tralasciare».

(Stefania Ragusa)

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