1° maggio, l’Africa alla ricerca di lavoro «buono»

di Enrico Casale
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L’Africa è un continente alla ricerca di lavoro «buono». Di quello pagato in modo equo, senza sfruttamento, che produce abbastanza per creare benessere per tutta la popolazione, che coinvolge e valorizza la donna. È quanto denuncia l’Organizzazione internazionale del lavoro in una recente analisi sulle tendenze dell’occupazione a livello mondiale pubblicata in occasione della Festa internazionale dei lavoratori. Il quadro che ne esce è ancora caratterizzato da profonde criticità.

Agricoltura ancora regina

Secondo l’Oil, l’agricoltura è, e sarà ancora in futuro, il comparto cardine dell’economia africana e quello che offre e offrirà le maggiori opportunità occupazionali. Entro il 2023, il settore primario occuperà ancora la metà della forza lavoro, la maggior parte dei quali in coltivazioni di sussistenza. Sebbene sia una percentuale considerevole, sta seguendo un trend calante, con una riduzione media del 58% rispetto al 2000. Una tendenza molto lenta se si pensa che, negli anni Novanta, Asia e Pacifico hanno impiegato la metà del tempo per una simile transizione.

L’Africa è però un continente molto vasto e le dinamiche non sono omogenee. L’agricoltura sta conoscendo un declino maggiore (-13% tra il 2000 e il 2023) in Africa occidentale e meno significativo nell’Africa meridionale (-9%). Con il calo dell’importanza del comparto primario, cala progressivamente anche la domanda delle professioni ad esso legate: lavoratori agricoli, forestali e della pesca. Si prevede che nel 2023 queste occupazioni rappresenteranno ancora il 57% dell’occupazione, ma in calo rispetto al 63% nel 2000.

Si prevede anche che la percentuale di donne in agricoltura diminuirà di 10 punti percentuali entro il 2023, con una percentuale crescente di donne che lavorano nel settore dei servizi (ma che difficilmente occuperanno posizioni dirigenziali, che rimarranno invece appannaggio degli uomini). Per gli uomini, la quota di occupazione nell’agricoltura dovrebbe diminuire un po’ meno, 7 punti percentuali, con uno spostamento pressoché uguale nell’industria e nei servizi.

Posti più sicuri?

Secondo l’Oil, entro il 2023 la percentuale delle persone classificate come «estremamente povere», cioè con un reddito medio pro capite quotidiano inferiore a due euro, si prevede scenderà al 30%. La quota rimarrà di gran lunga la più elevata del mondo e la maggior parte dei lavoratori continuerà, anche in futuro, a portare avanti piccole attività nel settore informale senza alcuna sicurezza sociale e nessuna voce al lavoro. Un contesto che vede le donne ancora più svantaggiate rispetto agli uomini. Nel 2023, l’80% di esse sarà infatti ancora occupato in lavori informali e avranno compensi molto bassi.

Detto questo, si registrerà comunque un piccolo miglioramento dello stato occupazionale. Sebbene lentamente, una quota maggiore di persone potrà avere un lavoro più sicuro con contratti formali e garanzie occupazionali.

Giovani Neet

L’Oil segnala infine la posizione precaria dei giovani. Nel 2023, quasi un quinto di essi non frequenterà la scuola, né lavorerà (i cosiddetti Neet). Anche in questo caso le donne saranno le più svantaggiate. L’Oil calcola che tra le giovani donne il 27% sarà Neet, rispetto al 16% dei giovani.

«Queste cifre – spiegano i responsabili dell’Oil – tracciano un quadro a tinte fosche. Nella regione i progressi verso un lavoro dignitoso sono molto lenti. E, anche se vanno registrati alcuni passi in avanti, come il graduale passaggio dall’agricoltura ad altri comparti, c’è ancora molta strada da fare, in particolare in termini di riduzione dell’informalità e della povertà».

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