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Pubblicato il 28 Apr 2015 in In evidenza

Fame di spot – editoriale Africa n°3-2015

Un bimbo africano denutrito, l’aria sofferente, il respiro visibilmente ansimante. Una voce fuoricampo ci informa che si chiama John e che ha solo due anni. La telecamera indugia sul suo stomaco gonfio, prima di riprendere altri bimbi, messi anche peggio di lui: costole a vista, visi-teschio, sguardi disperati… Immagini strazianti che durano un’eternità. Speravamo che questa campagna di spot iniziata nel 2013 fosse a breve termine. Invece, dopo Koffi e Aisha, dopo Bishara e Kayembe, adesso tocca a John impietosire i telespettatori per strappar loro nove euro al mese. Una delle più storiche organizzazioni non governative non ha trovato di meglio, a quarantacinque anni dalla guerra e fame del Biafra, che ripescare il crudele cliché dello scheletrino africano. Con la beffa: Arthur London, l’agenzia pubblicitaria che confeziona questi filmati, ha il fegato di definirli «un nuovo approccio» per il fund raising.

Fame di spot - Editoriale rivista Africa 03_2015

Non è in discussione l’opera sul campo di Save the Children; quei bambini, e molti altri, sono stati certamente salvati. Né dubitiamo che le rispettive mamme abbiano dato il consenso all’utilizzo delle immagini. La questione è un’altra. Si sta facendo tabula rasa di tutto un ormai lungo e articolato processo di riflessione sull’utilizzo delle immagini “di dolore”. È lecito (e fin dove? E in quali contesti di fruizione?) “sbattere il mostro in prima pagina”?… anche se il “mostro” è in realtà la vittima. La sua immagine fotografica, fissa o in movimento, è comunque il risultato di una violazione della sua intimità. Perché la fotografia, anche se non è la realtà, è comunque “un pezzo” di essa, molto più che non un disegno o un dipinto, nei quali è l’interpretazione a prevalere. Qui è messa “a nudo” la sofferenza di minori. Che fine ha fatto la Carta di Treviso? Parliamo del codice deontologico a uso dei giornalisti italiani stilato d’intesa con Telefono Azzurro, in cui si esige di «porre particolare attenzione nella diffusione delle immagini e delle vicende» riguardanti «bambini malati, feriti o disabili». Vale solo per gli italiani?… Per i bambini bianchi? È vero che questo documento concerne l’informazione giornalistica, dove il rischio di sfruttamento dei minori in termini di audience è palese. Ma la questione riguarda tutti, specie le ong che affermano di operare per la tutela dei diritti dei più deboli. E’ lecito calpestare la dignità di alcuni minori per salvarne altri?

E poi – fatto che per noi non è secondario – viene rinsaldato, una volta di più e con mezzi mediatici potenti, il già ben radicato immaginario coloniale dell’Occidente sull’Africa, che a suo tempo fu alimentato – lo riconosciamo – a fin di bene anche dai missionari. “A fin di bene”: ma questa oggi non è più, se mai lo fu, un’attenuante. È anzi un’aggravante. Inescusabile soprattutto oggi, quando sappiamo di vivere in un mondo ben diverso dagli anni del Biafra, un’era in cui l’informazione disponeva di strumenti infinitamente inferiori e una letteratura critica sull’umanitario non era ancora stata elaborata.

Save the Children comunica che lo spot «ci ha consentito di acquisire più di 14.000 nuovi donatori regolari»: il fine giustifica i mezzi? Ma già, lo ha dichiarato anche uno dei nomi che nella ong contano, John Graham: «Se non hai bambini affamati da far vedere, non ricevi fondi». Per salvare i bambini, la crudeltà, questo serve.

Pier Maria Mazzola e Marco Trovato