La spietata guerra contro i piccoli commercianti

di Diego Fiore
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

La guerra ai mercati di strada è aperta. Sempre più città africane stanno iniziando a perseguire politiche restrittive verso i piccoli commercianti (i famosi petty traders, o petit vendeurs) che affollano le strade centrali o le grandi arterie di comunicazione vendendo qualsiasi cosa. Persone il cui “negozio” non è altro che un vassoio in equilibrio sulla testa, pronto ad avvicinarsi ai finestrini dei taxi perennemente fermi nel traffico congestionato o ovunque ci sia una piccola folla. Rischiano di subire la stessa sorte anche le bancarelle improvvisate lungo i marciapiedi o le strade: carriole stracolme di ortaggi, ombrelloni improbabili sotto cui vengono stipati prodotti agricoli o paccottiglia cinese, sgabelli con impilate baguette o cesti di carbone. La pandemia di covid-19 ha sospinto ulteriormente questa tendenza, dal momento che il commercio informale è stato indicato da subito come attività ad alto rischio di contagio in quanto poco controllabile. Il tentativo di razionalizzare il settore in realtà non è certo nuovo, città come Nairobi, Dakar o Lusaka alternano da almeno vent’anni proclami altisonanti, parziali tentativi di sgombero o rilocalizzazione a repentini ripensamenti, specie in periodo elettorale. La sfida sembra essere innanzitutto sociale: la crescente middle-class preme affinché le città siano liberate dal commercio di strada, sognando un traffico più scorrevole, strade e marciapiedi meno congestionati e città “pulite”; un modello all’occidentale che fa sempre più presa fra una classe media di giorno in giorno più influente. Dall’altra parte della barricata stanno le tantissime persone che vivono grazie all’economia informale di cui il commercio di strada è sicuramente la voce più importante; una categoria tutt’altro che subalterna, spesso rappresentata da associazioni o leader agguerriti e in grado di indirizzare un buon pacchetto di voti. Una lotta fra classi sociali che al momento sembra non avere vincitori in nessuna città del continente e che la politica cerca di gestire a proprio vantaggio come accaduto a Lusaka, dove le confische di merci e stalli ai commercianti non autorizzati imposte durante l’epidemia di colera del 2017 sono state sospese nel 2019, proprio alla vigilia delle elezioni. Al di là delle questioni politiche il tema coinvolge l’idea di città e società che si vuole perseguire: spesso dietro la richiesta di un maggiore decoro urbano si cela il desiderio di rendere “esclusive” le città, rendendo invisibili alcune attività e relegando le classi subalterne fuori dal perimetro riservato alle élite. Il rischio è quello di ripetere un errore antico, che porta a identificare le città con un semplice spazio fisico fatto di architetture e infrastrutture, in cui il decoro è dato dalla pulizia, dall’ordine, dall’efficienza e da una presunta modernità di vetri a specchio e condizionatori in bella vista. Ma come abbiamo raccontato nell’articolo sui centri urbani africani al tempo del Covid-19 le città non sono fatte da una serie di spazi ma sono soprattutto fatte da persone che le vivono e che grazie alle loro molteplici attività le animano e le rendono uniche. Come il suk nelle città arabe o mediterranee il mercato di strada è uno degli elementi fondanti dello spazio urbano in molte città africane, rimuoverlo in nome di un presunto decoro non può fare altro che snaturarne l’essenza più profonda e vitale. 

(Federico Monica, autore dell’articolo, sarà relatore del seminario, organizzato dalla rivista Africa, “L’Africa delle città”. Per info e prenotazioni, clicca qui)

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