L’oro bianco dei Karrayyu

di Diego Fiore
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

(reportage dal numero 2/2020 di Africa)

In Etiopia, un giovane e ambizioso pastore che ha studiato in Italia e negli Usa è riuscito a trasformare la bevanda tradizionale del suo popolo in una sorta di “oro bianco”. Che oggi è sempre più richiesto e apprezzato. E potrebbe presto arrivare in Italia

Il mercato di Addis Abeba è un alveare di attività frenetiche: tutti comprano o vendono senza sosta. Qui si trova praticamente tutto l’immaginabile, ordinatamente suddiviso per settori tematici: ferro e acciaio, tessuti, pneumatici, liquidi, cereali… Nell’area dedicata al latte, una signora somala con un velo colorato e la voce roca discute animatamente con un uomo karrayyu (i Karrayyu sono un gruppo di pastori seminomadi di etnia oromo) vestito con il tradizionale abito bianco (martò), perché il latte di cammella è già esaurito. Il pastore le risponde in un’altra lingua, con un tono leggermente imbarazzato, che dovrà aspettare fino all’indomani.
Lei non sembra, o non vuole, capire e insiste. Lui a quel punto scoperchia un contenitore di metallo e gli mostra il fondo punteggiato da qualche goccia bianca. Alla donna servivano almeno dieci litri di latte da rivendere nel suo piccolo ristorante frequentato in gran parte da suoi connazionali, pastori che hanno abbandonato il loro Paese ma non il desiderio di bere la loro bevanda preferita. Per fortuna che ci sono i Karrayyu, che vivono a soli 200 chilometri dalla capitale e che da qualche anno hanno cominciato a vendere il latte dei loro dromedari.
Il pastore karrayyu e la signora somala prendono direzioni opposte. Lei ritorna all’area ristorazione, lui, trascinandosi dietro il grande bidone ormai vuoto, raggiunge altri pastori che lo aspettano su un furgoncino fatiscente carico di altri contenitori vuoti. Il motore si accende coprendo il brusio del mercato, il veicolo si lascia alle spalle la capitale e un gran fumo nero. Sono le 11; alle 16 dovrà percorrere la stessa strada all’inverso. Cinque ore: giusto il tempo di tornare nella pianura del distretto di Fantalle – provincia della Scioa Orientale, Regione Oromia –, riempire nuovamente i contenitori con il latte che altri pastori hanno munto e tornare ad Addis Abeba per la seconda vendita di latte della giornata. In 24 ore si arriva a venderne fino a mille litri, il che significa la possibilità di pagare sapone, zucchero, spese mediche e anche l’istruzione per i bambini più volenterosi.

Un grande sogno
Solo pochi anni fa, nelle terre dei Karrayyu il latte di cammella veniva usato unicamente per il consumo quotidiano. Tutta la vita dei villaggi gravitava intorno all’allevamento dei cammelli e alla loro mungitura; anche i bambini, appena possibile, aiutavano i genitori, non avevano pertanto il tempo di andare a scuola. L’istruzione era considerata una vera e propria perdita di tempo. Oggi le cose sono cambiate, anche grazie alla storia di uno di loro.
Roba Bulga è un pastore, che fin da quando aveva 8 anni amava talmente lo studio da fingersi malato per non uscire a far pascolare il bestiame e, come tutta la famiglia era fuori, correva segretamente a scuola, coprendo decine di chilometri a piedi. Il suo sogno era diventare un uomo istruito. Il suo destino, però, sembrava segnato: un Karrayyu nasce e muore pastore. Ma a 19 anni, pochi giorni prima del matrimonio organizzatogli dai genitori, Roba scappa e si ritrova solo ad Addis Abeba, dove realizza il suo sogno, fino alla laurea.

L’aiuto di Slow Food
Ma la forza della volontà lo porta ancora più lontano, in Italia, dove Slow Food decide di supportare Roba pagandogli un Master all’Università di Pollenzo. Grazie a questi studi il ragazzo scopre le qualità nutrizionali e salutari del latte di cammella ma anche il suo valore economico. Mentre in Etiopia è considerato “la bevanda dei pastori”, in Paesi come Dubai è utilizzato per produrre formaggio, cioccolato e perfino cosmetici. Negli Stati Uniti costa più di 40 dollari al litro. Un vero e proprio “oro bianco”.
Per i Karrayyu i dromedari sono tutto. «Li chiamiamo per nome. Quando siamo in viaggio, anche per mesi, ci nutriamo del loro latte, senza mangiare quasi nient’altro, e abbiamo una salute di ferro!», afferma orgoglioso Roba. Una volta terminati gli studi, con un diploma in valigia e un sogno ancor più ambizioso del primo in testa, il giovane torna al villaggio, determinato a salvare il suo popolo che rischia di perdere la propria identità: il governo li vorrebbe infatti trasformare in agricoltori stanziali. I Karrayyu nel frattempo si sono organizzati in una cooperativa: 42 pastori divisi in piccoli gruppi sparsi nell’ampia savana mungono e vendono il latte dei loro dromedari.

Un’impresa negli Usa
Il latte di cammella appena munto, coperto da una schiuma densa e alta, viene raccolto in bidoni di alluminio e trasportato in fretta (mancando un adeguato sistema di refrigerazione) lungo l’unica strada che collega la regione dei Karrayyu ai mercati di Addis Abeba. Slow Food riconosce il valore del progetto e lo fa diventare uno dei suoi Presìdi nel 2015. Roba, che nel 2017 ha vinto una borsa di studio per un Master in Economia e sviluppo a Boston, è appena rientrato al villaggio e racconta tutto d’un fiato ai pastori della sua esperienza americana, nella “terra dove tutti i sogni si avverano”, dei suoi studi, di una comunità che alleva cammelli ma è più “indietro” di loro – «non possiedono nemmeno i cellulari» (gli Amish) –, di una giornalista che ha dato da bere latte di cammella per anni al figlio autistico per le sue proprietà calmanti, di una fattoria che produce latte in polvere che si conserva fino a 15 anni, di un distributore che lo compera dai produttori locali e lo vende in tutto il Nord America. Negli Stati Uniti (dove vivono decine di migliaia di immigrati etiopici), Roba è riuscito a far diventare il progetto una vera e propria startup africana, “Nomad Dairy”, che ha già vinto premi in denaro con cui i Karrayyu hanno finalmente potuto acquistare un frigo per il loro furgone. Un’altra “goccia di latte” va ad aggiungersi alla storia dei Karrayyu.

(testo di Clio Sozzani – foto di Paola Viesi, archivio Slow Food. Foto di copertina di Steve McCurry, Calendario Lavazza 2015)

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