Le mutilate città africane nei giorni del lockdown

di Diego Fiore
Luanda
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

Fra le tantissime cose che la pandemia di Covid-19 ci ha permesso di scoprire una mi ha colpito particolarmente: le immagini di alcune città africane durante il lockdown, completamente svuotate dei propri abitanti e della miriade di attività che le popola ogni giorno. Una visione ben diversa rispetto a quella di Venezia o Roma “liberate” dal turismo di massa e finalmente percepibili in tutto il loro splendore: lo spazio urbano di Addis, Kinshasa o Nairobi senza le persone appare innaturale, assurdo, a tratti inquietante.

Attenzione: non si tratta dell’inquietudine metafisica dei quadri di De Chirico ma quella ben più cupa di uno scenario post-apocalittico. Non parliamo solo dei gravi risvolti sociali ed economici che una quarantena forzata ha sulle tantissime persone che sopravvivono grazie all’economia informale ma di un tema più ampio, che coinvolge l’idea e la percezione stessa della città. Ogni città è infatti il prodotto di un groviglio inestricabile di spazi fisici e sociali, di luoghi materiali e reti invisibili, di infrastrutture e di flussi, eppure alcune più di altre non possono perdere la presenza umana senza restarne svuotate della loro essenza più profonda, come se fossero mutilate. Quasi tutte le città africane appartengono a questa categoria, non soltanto a causa della scarsità di edifici storici o di testimonianze del passato né banalmente per il ruolo che ha la “strada” nella vita collettiva e nella quotidianità.

Spostarsi attraverso queste aree urbane perennemente caotiche e congestionate è un’esperienza multisensoriale potentissima. Pensiamo alla vivacità dei colori: il giallo dei taxi collettivi, i tessuti e i vestiti, gli ortaggi nei mercati, le bacinelle di plastica in equilibrio sulle teste formano un vortice variopinto e avvolgente in continuo movimento. Quando spariscono le persone ci accorgiamo di quanto queste città siano tremendamente grigie e monocrome: i toni dominanti sono quelli spenti e cupi dei blocchi di cemento, del metallo e della ruggine delle lamiere ondulate, del fango. Per non parlare dei corpi che premono uno sull’altro, della stereofonia incessante di suoni e rumori o ancor di più della miriade di odori, inebrianti o pestilenziali, che avvolge ogni angolo di strada, ogni piccolo mercato, ogni baracca di lamiera. Tutto improvvisamente tace, tutto sembra perdere sapore.

Se le storiche città d’arte europee nella loro statica bellezza sopravvissuta ai secoli possono essere paragonate a un dipinto da contemplare in silenzio, molte città africane potrebbero invece essere viste come una gigantesca scenografia teatrale: strade ed edifici sono solo uno sfondo, lo spettacolo e la vera meraviglia è la vita che vi scorre.

(testo di Federico Monica – foto di Giulio Paletta)

 

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