A Coopera 2026 la governance degli aiuti cerca una nuova direzione

di Tommaso Meo

di Michele Vollaro

Dall’unione tra “eranos” e “ubuntu” nasce la nuova intelaiatura concettuale per superare i vecchi modelli estrattivi del passato, resta tuttavia aperto lo scontro culturale sulla militarizzazione degli aiuti e sulle barriere burocratiche della localizzazione

Chiusa a Roma la due giorni di Coopera, la conferenza biennale sulla cooperazione internazionale. Tra la spinta alla co-creazione e il dinamismo di università e ong, il sistema italiano si interroga sulle nuove geometrie delle relazioni con il continente. Dietro i vertici istituzionali, tuttavia, restano aperti i nodi delle risorse reali, lo scoglio della burocrazia e il «reality check» dell’Ocse.

Fondere l’antico concetto greco dell’eranos – il banchetto comunitario in cui ciascuno contribuisce con ciò che possiede, evocato da Luca Manzi del Forum per il Sostegno a Distanza (Forum Sad) – con la filosofia bantu dell’ubuntu, riassunta da Carola Ricci dell’Università di Pavia nella celebre espressione «io sono perché noi siamo». A queste visioni si salda l’etica cosmopolita del filosofo Anthony Appiah, citata da Michele Mazzola del ministero dell’Università e della Ricerca.

Questa è l’intelaiatura concettuale emersa a chiusura del forum che si è svolto a Roma martedì 26 e mercoledì 27 maggio. La conferenza biennale, organizzata dal ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale in collaborazione con l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) e prevista dalla legge 125 del 2014, ha tracciato il complesso perimetro all’interno del quale si muove il tentativo di ridefinire le geometrie delle relazioni tra il sistema italiano e il continente africano. L’obiettivo dichiarato è chiaro: superare i vecchi modelli estrattivi del passato, sia sul piano economico sia su quello accademico, trasformando l’aiuto allo sviluppo in una «danza a due» basata sulla co-creazione e sulla condivisione paritaria.

In questa visione, la tutela dei diritti umani e ambientali cambia pelle. Come ricordato da Margherita Romanelli di WeWorld, non si tratta più di un semplice elemento di contorno, ma del criterio tassativo per accedere a ogni forma di finanziamento.

La vera spina dorsale del “Team Italy”

Dietro la spinta istituzionale impressa dal ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Antonio Tajani, orientata sulla «diplomazia della crescita» e sulle missioni di sistema, si muove una realtà operativa profonda che ridefinisce il concetto stesso di Team Italy.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani a Coopera 2026.

La geografia di questo sforzo sul campo, tuttavia, racconta una realtà molto più complessa. Come affermato dal direttore generale per la Cooperazione allo sviluppo della Farnesina, Stefano Gatti, la struttura portante non è costituita tanto dai circa 900 effettivi divisi tra ministero e agenzia. A fare la differenza è piuttosto un imponente esercito civile composto da una cifra compresa tra i 25.000 e i 28.000 operatori delle organizzazioni non governative italiane. La loro stragrande maggioranza è rappresentata da personale locale, vero mediatore di fiducia nei contesti più fragili.

In questo ecosistema si inserisce poi anche l’accademia italiana attraverso la Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui) e gli enti di ricerca come l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea). Valentina Gentile, responsabile del Servizio innovazione per la pubblica amministrazione dell’Enea, ha evidenziato una verità fondamentale: fare ricerca nei territori africani non costituisce un favore unilaterale. Al contrario, si tratta di una «contaminazione positiva» che accresce il bagaglio scientifico dei ricercatori italiani di fronte alle sfide morfologiche e climatiche globali.

La battaglia dei numeri e il nodo della burocrazia

Questo dinamismo si scontra tuttavia con una serrata dialettica interna sui dati finanziari. Da un lato, il viceministro degli Affari esteri Edmondo Cirielli ha rivendicato un incremento costante dell’aiuto pubblico allo sviluppo, cresciuto di 6,5 miliardi di euro nel 2025. Si tratta di un dato che rende l’Italia l’unico Paese del Gruppo dei Sette (G7) a non aver tagliato i fondi, a fronte di una contrazione globale dei donatori del 24%. Cirielli ha inoltre sottolineato il raggiungimento del 100 per cento della capacità di spesa delle risorse destinate alle organizzazioni della società civile.

Il viceministro Cirielli.

La replica del settore non profit, però, è netta. Giovanni Lattanzi, presidente dell’Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale (Aoi), ha denunciato che l’Italia resta di fatto ancorata allo 0,27-0,28 per cento del reddito nazionale lordo, ben lontana dall’obiettivo internazionale dello 0,70%. Lattanzi ha poi criticato la scelta politica di sottrarre 25 milioni di euro alla cooperazione per finanziare il decreto bollette, a fronte del parallelo aumento delle spese militari. Una dicotomia nei flussi di cassa che, per il numero uno di Aoi, svela la reale gerarchia strategica del governo, dove il bilancio della difesa finisce di fatto per cannibalizzare i fondi della solidarietà internazionale.

Anche sul fronte degli strumenti finanziari di de-risking emergono forti chiaroscuri. I 400 milioni di euro in garanzie attivati dal ministero dell’Economia e delle Finanze, illustrati da Laura Palma, e i due miliardi mobilitati dalla Cassa depositi e prestiti (Cdp) tramite il Fondo italiano per il clima, evidenziati da Giulio Dal Magro, si scontrano con lo scoglio di tempi esecutivi lunghissimi. Parliamo di attese comprese tra i due e i quattro anni, per le quali Roberto Ridolfi di Africa Climate Energy Nexus ha per esempio proposto l’adozione dell’intelligenza artificiale come acceleratore.

Il rischio del “gigantismo” e lo scoglio della localizzazione

La struttura interna del comparto evidenzia inoltre una forte polarizzazione. Florinda Mancino dell’Istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo (Iscos) ha citato i dati di Open Cooperazione, da cui emerge che appena sette organizzazioni detengono oltre il 50% delle entrate totali del comparto, e solo 12 concentrano più della metà dei dipendenti.

Questo sbilanciamento alimenta i timori delle reti minori. Lattanzi e Mancino mettono infatti in guardia rispetto al rischio che il Piano Mattei favorisca esclusivamente i grandi gruppi industriali e finanziari. Il pericolo è che l’iniziativa si traduca in una forma di colonialismo economico, penalizzando i piccoli progetti di prossimità, capaci di agire come sensori sul campo e di fare dell’antifragilità la propria forza di fronte alle crisi.

Florinda Mancino di Iscos.

A questa preoccupazione si aggiunge il parziale fallimento storico dell’agenda internazionale sulla localizzazione degli aiuti, il cosiddetto shifting the power. Sara Gandini del Coordinamento italiano network internazionali (Cini) e Sandro De Luca di Link 2007 hanno ricordato un dato spietato: a fronte dell’obiettivo fissato nel 2016 dal Grand Bargain – il patto globale siglato al Summit umanitario mondiale delle Nazioni Unite – di destinare il 25% dei fondi direttamente agli attori locali, le stime reali si attestano su un misero 1,4%. Le barriere sono spesso di natura tecnica e burocratica, come i bandi scritti esclusivamente in lingua italiana o i tetti di budget che escludono di fatto le organizzazioni locali dalla partecipazione diretta.

Dai progetti ai programmi: l’istruzione e le storie dal campo

Per superare l’inefficacia dei «progetti-spot», il rettore dell’Università di Brescia e rappresentante della Crui, Francesco Castelli, ha lanciato un duro affondo: chiede di passare definitivamente dai singoli progetti a programmi a lungo termine. Secondo il rettore, infatti, l’edificazione della fiducia richiede una continuità temporale che la logica dei contratti a breve scadenza finisce inevitabilmente per polverizzare, minando la credibilità stessa dell’intero sistema sul campo.

Si tratta di una visione strutturale condivisa dalla direttrice generale del Centro internazionale di studi per la conservazione e il restauro dei beni culturali (Iccrom), Aruna Francesca Maria Gujral, che articola la formazione su tre livelli interconnessi: le persone, le istituzioni e il contesto politico. La forza di questa capillarità operativa è testimoniata dalle storie d’impatto presentate nel corso della conferenza Coopera. Spicca l’esperienza storica che il Centro internazionale di alti studi agronomici mediterranei (Ciheam) di Bari porta avanti in Siria dove, nonostante il conflitto, ha garantito la continuità assistenziale tramite cliniche veterinarie mobili da Aleppo a Deir ez-Zor e ha sostenuto 950 donne vedove nella creazione di mercati agricoli autogestiti.

A questa si affiancano il polo tecnologico per l’incubazione di startup dell’Università Eduardo Mondlane di Maputo in Mozambico, illustrato da Afua Badiate Ismael, e i percorsi formativi individuali. È il caso di Ahmed, giovane mosaicista tunisino specializzatosi grazie alle borse di studio italiane nel quadro del Piano Mattei, o di Karim, studente anch’egli tunisino che a Palermo analizza la biodiversità marina, citato da Chiheb Lemsi dell’Université de Carthage per descrivere un Mediterraneo inteso come ponte di competenze.

Questa spinta si confronta però con un drammatico divario educativo. Laura Frigenti della Global Partnership for Education (Gpe) ha evidenziato dati macroscopici: a fronte di un investimento nei Paesi avanzati di circa 7.000 euro all’anno per studente della scuola primaria, la media nei Paesi africani si abbassa ad appena 18 euro. Di fronte a questa crisi qualitativa, la sottosegretaria all’Istruzione, Paola Frassinetti, ha promosso il modello formativo tecnico del «4+2» – il percorso integrato di sei anni volto a creare tecnici super-specializzati in sinergia con il tessuto imprenditoriale – e gli accordi bilaterali con Tunisia ed Egitto.

Cooperazione o militarizzazione?

Un altro aspro motivo di scontro culturale e antropologico ha riguardato il ruolo delle forze armate. Alla tesi del viceministro Cirielli, secondo cui i militari italiani svolgono un grande ruolo nella cooperazione internazionale operando in piena armonia con i civili, si è contrapposta la ferma obiezione delle organizzazioni della società civile.

Il presidente di Aoi, Lattanzi, ha definito l’accostamento infelice e pericoloso. Ha ribadito che la cooperazione è un’azione rigorosamente civile, basata sulla costruzione di legami di fiducia stabili con le comunità locali. Confondere questi piani con le logiche dei decreti missione o con il ruolo di forze paramilitari sul terreno, come nel caso delle Forze di supporto rapido (Rsf) in Sudan, rischia di compromettere la neutralità dell’aiuto umanitario e di mettere a repentaglio l’incolumità stessa dei cooperanti sul terreno.

Il “reality check” e l’orizzonte europeo

Il bilancio finale di Coopera 2026 si salda così con il reality check consegnato dalla revisione tra pari dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – Comitato di assistenza allo sviluppo (Ocse-Dac), presentata dal presidente Carsten Staur e dalla direttrice Pilar Garrido. Se l’organismo internazionale con sede a Parigi ha riconosciuto all’Italia il merito di una forte concentrazione strategica sull’Africa, destinataria di quasi due terzi dell’aiuto bilaterale, ammonisce sul rischio di una frammentazione geografica. L’ambizione di operare in troppi Paesi si scontra con risorse umane e amministrative limitate, in un sistema condizionato anche dal peso del bilancio europeo che, come evidenziato da Staur, assorbe obbligatoriamente una quota rilevante dell’aiuto pubblico italiano attraverso i canali multilaterali comunitari.

In questa prospettiva si sono inserite anche le riflessioni di Emanuela Colombo del Politecnico di Milano, che ha insistito sulla centralità della “diplomazia scientifica” e dei partenariati accademici come strumenti strutturali per generare impatto reale e duraturo sul campo. Una visione pienamente condivisa da Vincenzo Lorusso, della Direzione generale della Ricerca e dell’Innovazione dell’Unione Europea, che ha confermato come la ricerca collaborativa e la cooperazione scientifica siano ormai pilastri centrali e imprescindibili dell’agenda di Bruxelles per il continente africano.

A sigillare i lavori della conferenza è stato infine il panel finale dedicato al Piano Mattei, vero e proprio snodo di sintesi dell’intera due giorni. È in questo confronto conclusivo che le diverse anime del sistema italiano – dalla governance istituzionale all’imponente rete della società civile – sono state chiamate a convergere, ricordando che la cooperazione dal basso, l’antifragilità dei territori e la tutela dei diritti non rappresentano un’appendice etica, bensì la spina dorsale imprescindibile di qualsiasi proiezione strategica del Paese nel continente africano, ridefinendo la cooperazione allo sviluppo non più come un atto di unilaterale e pelosa generosità, ma come il cardine di un nuovo approccio geopolitico basato sulla condivisione dei destini.

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