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Edizione del 14/05/2026

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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Tag:

bracconaggio

    FOCUS

    Uccidere per proteggere: il paradosso della caccia al trofeo in Zambia

    di Tommaso Meo 27 Aprile 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Giovanni Mavaracchio

    Uscendo dal parco nazionale, e varcando i confini di un hunting block, l’animale perde il suo status di patrimonio protetto e tutelato, e acquista quello di trofeo, da offrire al mercato del turismo venatorio. Un cortocircuito la cui efficacia è quantomeno dubbia

    In diversi paesi dell’Africa australe, la caccia al trofeo riveste un ruolo centrale e controverso nelle strategie di conservazione ambientale e di sviluppo locale promosse dai governi. Questo approccio è pensato per finanziare la tutela della fauna e sostenere le fragili economie locali, attraverso i proventi delle concessioni, le fee sugli abbattimenti, e l’impegno sul campo degli stessi operatori del turismo venatorio. Si basa sul modello degli hunting block, aree di caccia gestite da operatori privati presenti nelle zone cuscinetto delle riserve naturali, ma resta divisivo e diverse voci ne mettono in dubbio l’efficacia.

    Un caso emblematico è quello dello Zambia, che ha un’estensione di due volte e mezzo l’Italia, con grandi spazi rurali e dove oltre la metà dei 22 milioni di abitanti lavora in agricoltura, molti di loro in condizione di sussistenza o semisussistenza. L’espansione demografica che il Paese sta subendo (dagli anni ‘50 a oggi la popolazione è cresciuta di otto volte) incontra frontiere invalicabili: i confini dei suoi 20 parchi nazionali. Questi occupano complessivamente 65.000 chilometri quadrati. Per dare un’idea, il più grande, il Kafue, si estende su un’area vasta quanto quattro volte la Liguria. I parchi zambiani sono santuari naturali, nei quali risiedono oltre milleduecento leoni (sono solo nove gli stati al mondo a superare mille esemplari selvatici), circa ventimila elefanti, cinquecento licaoni, e la più alta concentrazione al mondo di leopardi.

    Come funzionano le zone buffer

    Questi parchi sono separati dalle aree rurali circostanti da zone cuscinetto (zone buffer) che prendono il nome di Gma (Game Management Areas). Il modello a zone buffer è uno standard della conservazione globale, necessario per mitigare per gli impatti tra l’area protetta e le regioni antropizzate che la circondano. Le attività che si svolgono al loro interno hanno una doppia funzione: di conservazione ambientale, proteggendo fauna e flora del parco nazionale adiacente dalle attività umane ritenute maggiormente impattanti, tipicamente deforestazione e bracconaggio; e di sviluppo locale, riducendo, ad esempio, i contatti diretti tra comunità locali e fauna selvatica, causa di frequenti conflitti, impiegando parte della popolazione in nuove iniziative locali legate al turismo e alla conservazione e investendo in progetti di sviluppo locale. 

    Vita quotidiana nelle Gma ai margini del Kafue meridionale,
    regione a est del lago Ttezi-Tezi, lungo la strada D769.

    A differenza dei parchi nazionali, all’interno dei quali l’insediamento umano è precluso, le Gma sono abitate: si stima che nel 2025 circa un milione e mezzo di zambiani vivesse nei villaggi delle zone buffer dei parchi nazionali del paese. La vita all’interno dei confini di una Gma è ben diversa rispetto a quella di chi, qualche chilometro più in là, abita nei territori non protetti. Agricoltura, pascolo, caccia, taglio degli alberi per la raccolta del legname, le più tipiche attività di sussistenza delle comunità rurali zambiane, all’interno delle buffer zone sono fortemente regolate, limitate, o vietate. Uccidere un impala per nutrirsene è frequentemente considerato bracconaggio, anche se il villaggio in piena stagione secca patisce la fame. Il possesso illegale di carne di selvaggina prevede multe salatissime, o il carcere. Eppure è proprio la caccia l’attività economica dominante le buffer zone zambiane. Non quella tradizionale e di sussistenza praticata dai locali, ma la caccia al trofeo, pensata per turisti-cacciatori stranieri. 

    Da animali tutelati a trofei

    La caccia al trofeo è il polmone finanziario di un modello che prevede la suddivisione delle stesse Gma in hunting block, concessioni di caccia appaltate dal governo tramite il Department of National Parks & Wildlife a operatori privati. Questi ultimi sono disposti a pagare alte tasse di concessioni e fee sugli abbattimenti per beneficiare della concentrazione di fauna presente nelle Gma, garantita dell’adiacenza al parco nazionale. Uscendo dal parco, varcando i confini di una Gma, ed entrando in un hunting block, l’animale perde il suo status di patrimonio protetto e tutelato, e acquista quello di trofeo, vendibile sul mercato della caccia turistica. 

    Cartelli sulla strada strada M9 che separa il parco nazionale di Kafue da un
    hunting block di Mumbwa. I leoni (e gli altri animali) che attraversano la strada, escono dall’area
    protetta ed entrano in una zona di caccia.

    I prezzi sono elevatissimi. Un pacchetto di tre settimane di caccia, che include l’abbattimento di un leone e un leopardo, può raggiungere 100.000 dollari a persona. L’abbattimento di un singolo elefante, nelle Gma zambiane, può superare i 15.000 dollari. Quello di un leone, i 30.000. Dando per assodato che il modello delle Gma e degli hunting block sia perfettamente funzionale al mercato della caccia-turismo, resta da chiedersi se sia ugualmente efficace sul fronte della conservazione ambientale e dello sviluppo locale. Considerando che la stessa legge che regola la caccia al trofeo nelle Gma, lo Zambia Wildlife Actdel 2015, impone la salvaguardia della biodiversità, e la condivisione dei proventi della caccia tra il governo centrale e le Community Resource Boards (Crb), che rappresentano le comunità locali. 

    Un approccio divisivo e controverso

    Il ruolo della caccia al trofeo nella conservazione ambientale e nella promozione dello sviluppo locale resta un tema divisivo e controverso. Il sostegno al modello non arriva solo dalle parti direttamente coinvolte, e portatrici di evidenti interessi economici. Esistono voci autorevoli del mondo accademico che guardano con preoccupazione alla pressione a cui la caccia al trofeo è oggi sottoposta, attraverso i crescenti divieti d’importazione dei trofei emanati in diversi Paesi occidentali. Nel 2019, una lettera pubblicata su Science e sottoscritta da più di centotrenta scienziati, ribadiva l’importanza della caccia al trofeo come strumento di conservazione ambientale. «Esistono prove convincenti che il divieto della caccia ai trofei avrebbe un impatto negativo sulla conservazione», si legge. «Porre fine alla caccia ai trofei rischia di causare la conversione del territorio e la perdita di biodiversità». La lettera fa riferimento anche alle condizioni di vita dei residenti nelle aree di caccia, affermando che la stessa attività venatoria possa fornire nuove forme di reddito a comunità emarginate e impoverite. La stessa Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (Iucn) si è espressa in merito diverse volte, sostenendo che, se ben gestita, la caccia al trofeo possa contribuire positivamente tanto alla conservazione, quanto allo sviluppo locale.

    Una famiglia di leoni nel parco nazionale di Kafue. L’hunting block più vicina
    alla posizione degli scatti è a pochi chilometri.

    Tuttavia, diversi studi condotti in Zambia, conducono a evidenze diverse. Durante la moratoria zambiana della caccia al leone iniziata nel 2013, oltre due anni di divieto di caccia alla specie su tutto il territorio nazionale, la biologa Thandiwe Mweetwa, dello Zambian Carnivore Programme (Zcp), ha condotto una ricerca diventata un punto fermo della critica al modello delle Gma. Uno studio di monitoraggio della popolazione di leoni residente nella regione orientale del South Luangwa National Park e nelle Gma di Lupande e Lumimba, adiacenti al parco. I risultati mostrano come la popolazione di leoni sia cresciuta dell’ottanta per cento durante i due anni di moratoria, superando i 200 esemplari nell’area. 

    Prima della moratoria, l’uccisione dei leoni maschi negli hunting block lasciava un vuoto territoriale che attirava i maschi prima protetti nel parco nazionale, nelle aree di turismo venatorio. Le uccisioni di maschi in età riproduttiva innescavano, oltretutto, un circolo vizioso di infanticidi (quando un leone maschio muore, la sua prole più giovane viene uccisa da un maschio rivale), e un crollo della popolazione complessiva. 

    Business senza sviluppo

    A sollevare preoccupazioni sul modello di sviluppo e sulle condizioni delle comunità locali è stato poi uno studio condotto nel 2020 sempre nella Gma di Lupande, oltre che in quella Mumbwa. La ricerca, riassunta nell’articolo «Inadequate community engagement hamstrings sustainable wildlife resource management in Zambia», ha evidenziato come le comunità della Gma fossero marginalizzate ed escluse dai processi decisionali sulla gestione della fauna, e che l’autorità governativa non rispettasse l’imposizione di legge di versamento del 50% dei proventi della caccia ai Crb, i consigli comunitari. Nelle aree non risultavano investimenti consistenti per lo sviluppo, e pochissimi membri delle comunità sono stati assunti come scout di programmi di monitoraggio. 

    Gli hunting block colpiscono anche la fauna dei parchi nazionali, contraddicendo i principi dello stesso Wildlife Act. Inoltre, il modello delle Gma non sta sostenendo in modo efficace lo sviluppo locale: le comunità dello Zambia rurale restano tra le più povere del pianeta, nonostante i milioni di dollari che lo Stato incassa dal turismo venatorio. Tuttavia, il timore è condiviso: senza il turismo di caccia quei territori perderebbero valore, ritrovandosi esposti all’espansione agricola. Resta da chiedersi chi abbia il diritto di decidere per il loro futuro. 

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