Sudan: presidente in bilico per le proteste della popolazione

di Raffaele Masto

Diverse decine di migliaia tra sabato e domenica hanno protestato per le strade di Khartoum e di Omdurman, la città gemella della capitale che sta sulla riva occidentale del Nilo. Si è trattato, questa volta, di manifestazioni più incisive di quelle passate. Per la prima volta i manifestanti sono arrivati vicinissimi alla sede dell’esercito, davanti al ministero della Difesa e al Palazzo presidenziale. Obiettivo: ottenere le dimissioni del presidente Bashir al potere da quasi trent’anni, dal 1989, quando con un colpo di Stato si è insediato al potere. Tra gli slogan dei dimostranti, ovviamente, “Libertà, Pace, Giustizia” ma anche, significativamente, la richiesta ai militari di scegliere tra il popolo e il presidente.

Le proteste in Sudan sono cominciate il 20 dicembre scorso quando il governo, che si dibatte in una grave crisi economica dopo la secessione del Sud, dove sono situati i principali giacimenti petroliferi, ha aumentato il prezzo del pane e della benzina.

Girando per Khartoum la crisi si vede: lunghissime file davanti ai distributori e militari schierati in assetto da guerra. Lo stesso comportamento repressivo che hanno usato nelle manifestazioni di questi giorni.

L’impressione è che Omar al-Bashir, presidente che tra l’altro è ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e genocidio commessi in Darfur, sia veramente in bilico. Non a caso i dimostranti chiedono che l’esercito scelga «tra il popolo e il presidente», come dire che anche per i militari un personaggio come Bashir è ormai imbarazzante e ingombrante e che sacrificarlo con il pretesto della crisi economica può risultare utile: si ottiene di fatto di non cambiare nulla negli assetti di potere e si dà l’impressione al mondo (e al popolo) di avere effettuato una svolta.

A Khartoum, parlando con funzionari di medio e basso livello e con attivisti e membri delle opposizioni, si rilevano forti critiche quasi aperte al presidente. Non è usuale in un Paese fortemente centralizzato e repressivo e se ciò avviene potrebbe voler significare che all’interno del potere si attende solo il momento più propizio per effettuare questo cambio cosmetico. Oppure potrebbe significare che i militari non hanno ancora l’uomo giusto, il “front man” da mostrare al mondo. Cambiare tutto per non cambiare nulla.

(Raffaele Masto – Buongiorno Africa)

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