Sudafrica: la regina dei vini

di Matteo Merletto
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Si è laureata in enologia all’Università di Stellenbosch, storica icona della cultura afrikaner. Ha lavorato nelle migliori cantine e vinto prestigiosi premi. Oggi Ntsiki Biyela lancia un’impresa per sfidare l’élite bianca maschile dell’industria vinicola.

«Ciò che più mi piace del vino è la sua capacità di regalare ogni volta emozioni nuove, il fatto che sia sempre diverso a seconda di dove lo si beve, con chi e con quale stato d’animo: è questa sua anima imponderabile che mi ha conquistato». Ntsiki Biyela, prima enologa nera del Sudafrica, ha un rapporto sensuale con il vino, un legame fatto di passione e affinità. Alla vigilia dei suoi quarant’anni, dopo aver lavorato per le migliori cantine del Paese, ha creato la propria impresa, Aslina wines, che oggi produce pregiate bottiglie di Chardonnay, Sauvignon Blanc, Cabernet e Umsasane (audace combinazione di Cabernet franc e Petit Verdot).

Da un villaggio zulu

La rivista statunitense Forbes l’ha inserita nella classifica delle venti imprenditrici africane di maggior successo: un giusto riconoscimento per una donna che ha dovuto lottare a lungo contro i pregiudizi e le barriere culturali, conquistandosi rispetto e prestigio in un settore – quello vitivinicolo – controllato tradizionalmente da un’élite maschile e bianca. «Sono nata in un villaggio tra le colline del Kwazulu Natal – racconta di sé –. Non ci sono vigneti in quella regione. L’unica bevanda alcolica conosciuta è la birra, che spesso si produce in casa facendo fermentare il malto in grossi pentoloni… Nella mia infanzia non avevo mai sentito parlare del vino. E mai avrei immaginato che un giorno avrei trascorso le mie giornate tra cantine e vitigni».

La svolta per Ntsiki Biyela è arrivata all’età di vent’anni, nel 1998, quando, dopo una serie di infruttuose prove di ammissione all’università, ha vinto una borsa di studio per un corso di viticultura ed enologia alla Stellenbosch University. Un bel giorno, la ragazza zulu è salita su una corriera e si è recata nella lontana regione dei vigneti sudafricani nelle vicinanze di Città del Capo. Qui i primi coloni olandesi introdussero, nella seconda metà del Seicento, le prime viti, che sfruttavano il microclima favorevole (l’oceano è a soli quaranta chilometri) e il terreno generoso che si estende ai piedi di una maestosa catena di montagne.

Settore in crescita

Il pioniere del vino sudafricano fu il fondatore di Città del Capo, il chirurgo Jan van Riebeeck. Più tardi arrivarono gli immigrati francesi ugonotti, che portarono la loro esperienza nella lavorazione dell’uva. All’inizio del Novecento venne creato il Pinotage, una varietà scura di vite ottenuta dall’incrocio tra Pinot nero e Cinsaut, particolarmente adatto alla zona, che grazie alla sua maturità precoce regalò fortuna ai viticoltori locali. Per lungo tempo il vino sudafricano è stato consumato in patria, a causa dell’isolamento internazionale cui il regime dell’apartheid era sottoposto. Solo con l’avvento di Nelson Mandela, nel 1994, è iniziata l’esportazione. Oggi il Sudafrica è il settimo produttore mondiale di vino (l’ultima vendemmia ha permesso di imbottigliare circa 10 milioni di ettolitri) e il fatturato del settore sfiora i tre miliardi di euro l’anno. Le sue etichette sono sempre più apprezzate e ricercate. Le cantine sono circa 700, quasi tutte in mano a bianchi.

Una bella eccezione

I neri lavorano, spesso sottopagati, come braccianti nelle vigne. Ntsiki Biyela rappresenta una straordinaria eccezione. «Gli inizi non sono stato affatto facili – ricorda –. All’Università di Stellenbosch ero l’unica donna nera. Le lezioni si tenevano in afrikaans, l’incomprensibile lingua introdotta dai colonizzatori olandesi. Non mi sono scoraggiata e con l’aiuto di un dizionario ho cominciato a prendere appunti e a studiare sodo». L’amore per il vino non è scoppiato subito. «Al primo assaggio, ho pensato: “Mamma mia, è disgustoso! Come fanno i bianchi a bere questa roba?”». Poi, piano piano, Ntsiki ha cominciato a conoscere e ad apprezzare le eccellenti qualità prodotte nelle Winelands.

Fondamentale per il suo apprendistato è stata l’esperienza acquisita nelle cantine locali in cui la giovane studentessa lavorava a part time per pagarsi gli studi. «Grazie alle attività di degustazione e comparazione ho affinato il mio palato e ho scoperto una grande passione per il vino». Passione e talento: terminati gli studi, Ntsiki Biyela viene ingaggiata dalla rinomata cantina Stellekaya; qui crea ottimi rossi – Merlot e Shiraz – che le fanno conseguire prestigiosi riconoscimenti. Nel 2009 le viene assegnato il premio “Enologa dell’anno”. Il suo nome ha cominciato a circolare tra i migliori sommelier.

Lei non si è montata la testa. Sa bene che in questo settore non è permesso sbagliare, tutti gli occhi sono puntati su di lei. Specie oggi che le bottiglie con l’etichetta Aslina riscuotono recensioni entusiaste. Per Ntsiki, un calice del suo vino non è mai stato così inebriante.

(di Lauren Balzac)

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