Somalia: le donne sconfiggono il terrore, al via il campionato di pallamano

di Matteo Merletto

I tifosi di pallamano tornano a divertirsi con lo sport considerato sacrilego dai jihadisti. E affollano le gradinate dello stesso stadio in cui i miliziani di al-Shabaab eseguivano le condanne a morte per infedeli, apostati, adultere ed eretici

Alla spicciolata, gli spettatori entrano allo stadio. La fila per accedere all’Aden Haji Yabarow Wish Stadium, a poche centinaia di metri dal Lido di Mogadiscio, è eterogenea e inesauribile: uomini in jalabiya, donne avvolte in hijab e niqab, profughi yemeniti e miliziani somali di vecchia data. Mancano più di trenta minuti al fischio d’inizio della gara, il sole è pronto a tramontare, ma gli spalti sono già in parte gremiti per assistere alla finale del campionato di pallamano femminile.

Voglia di libertà

È una folla fatta di drammi personali e miserie collettive, di nazionalità nate su rive diverse del Golfo di Aden e accomunate ora da un presente di tragedia. Ma non importa, perché tutti i tifosi che entrano nel catino sportivo di Mogadiscio ora sono un’unità indistinta in piena trepidazione. Una febbrile eccitazione investe i tifosi, in attesa di assaggiare il gusto della libertà, di sfogarsi in urla per una volta libere dal panico, di gioire in una legittima scompostezza, di respirare il balsamico vento della trasgressione.

È questo, infatti, il luogo del contrappasso somalo. Lo stadio dove al-Shabaab commetteva le esecuzioni contro infedeli, apostati, adultere ed eretici oggi è tornato ad essere il luogo della felicità primigenia: quella del gioco. Nel campo dove i boia jihadisti sparavano ai condannati a morte dalla sharia, dove punivano chi si divertiva con un pallone, oggi c’è invece una palla e due squadre ad affrontarsi e darsi battaglia per regalare sorrisi e raffiche di applausi.

Fischio d’inizio

Sono avvolte in divise sportive le giocatrici dello Hegen e del Gadika. Colori bianco-azzurri da un lato e gialloneri dall’altro. Un leggero velo contorna il volto delle atlete che stanno effettuando il riscaldamento. Corrono, ripassano gli schemi con l’allenatore, vivono la tensione di una finale, guardano gli spalti affollati, trepidano dalla voglia di giocare, e lanciano occhiate alle gradinate dove sono impresse le impronte dei colpi di kalashnikov della ventennale guerra civile. Cicatrici che ricordano alle atlete il perché della propria partita: una sfida contro un passato indelebile e ingombrante come un nemico che non accetta la resa.

«Quando i jihadisti hanno preso il potere io sono scappata da Mogadiscio e sono andata a vivere in Etiopia». Riyo ha 20 anni e si trova a bordo campo in attesa di scendere sul terreno di gioco. «Quando ero in Etiopia – prosegue – ho conosciuto la pallamano e là ho iniziato a giocare divertendomi e sognando un giorno di poter praticare questo sport nella mia terra, in Somalia». Poi non trattiene l’emozione e aggiunge: «Non mi sembra vero di essere a casa mia e di praticare lo sport che adoro. Sono felicissima, sono una donna libera in Somalia. La situazione è ancora incerta, ma sono fiduciosa che presto potremo vivere in pace». Riyo continua a spiegare la sua vita oggi, il suo impegno scolastico e il suo desiderio di diventare ministra dell’Educazione, ma poi viene interrotta dal fischio del direttore di gara che indica l’ingresso in campo e l’inizio della finale.

La rivincita in campo

Le squadre si predispongono, poi viene dato il via e tutto diventa un’istantanea senza limiti della parola libertà. Applausi e grida dagli spalti, abbracci e pacche sulle spalle in campo. E poi gol e parate, corse e cadute. Non sembra esserci termine e anche i minuti trascorrono come in un limbo di pura gioia fuori da qualsiasi confine del tempo e dello spazio. Le ragazze del Gadika alla fine si aggiudicano il torneo ed è il presidente della federazione di pallamano somala a consegnare la coppa. Mohamed Hurshe Hassan, poi, terminata la premiazione, spiega: «La pallamano ha smesso di esserci in Somalia quando hanno preso il potere i fanatici di al-Shabaab. Oggi abbiamo ripreso a giocare. Vengono anche tremila persone ad assistere alle partite, la gente è stanca e vuole un cambiamento, e durante le manifestazioni sportive si assapora appieno il desiderio di rinascita».

La coppa viene sollevata da Hodan Hursan, la numero 4 giallonera, che ambisce a una carriera di giocatrice professionista di pallamano. Fa un giro di campo, raccoglie gli applausi e confida: «Questa è la mia nuova vita. La pallamano è diventata la mia speranza di vedere un domani. Mi alleno sei giorni a settimana e tutto quello che mi è stato negato dalla guerra voglio riprendermelo sul campo».

(Daniele Bellocchio – foto di Marco Gualazzini)

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