Senegal | Omosessualità al tempo del Covid

di Stefania Ragusa
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La notizia è di qualche giorno fa. Due uomini che erano stati sorpresi sulla spiaggia Anse Bernard, in pieno centro a Dakar, sono stati condannati per “atti contro natura”. I due avevano ammesso di essere omosessuali ma negavano di avere avuto un rapporto sessuale. In Senegal, in base all’articolo 319 del Codice Penale, l’omosessualità non è punita in sé ma solo quando effettivamente praticata e la condanna può variare da uno a cinque anni di reclusione. Si tratta di una distinzione di lana caprina che ha permesso però ad alcuni imputati di schivare la prigione e allo Stato di continuarsi a presentare come sufficientemente tollerante.
L’omosessualità rimane comunque un tabù e la condizione di lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT), con l’insorgere della pandemia da Coronavirus, si è ulteriormento aggravata. E le ragioni sono almeno due. La prima è che si è diffusa la convinzione che il covid sia stata una punizione divina volta a colpire “devianti e peccatori”, categoria in cui gli omosessuali sono fatti rientrare senza esitazioni . La seconda è che le rare  strutture informali dedicate all’accoglienza di persone emarginate per via dell’orientamento sessuale hanno dovuto interrompere la loro attività a causa delle misure di contenimento. È il caso, per esempio, dell’associazione Prudence, creata nel 2003 da Djamil Bangoura proprio per dare un tetto alle persone LGBT. Bangoura, che lavorava nel campo delle produzioni musicali, si è trovato dall’oggi al domani solo e senza lavoro perché sospettato di essere omosessuale e ha deciso di mettersi personalmente in gioco per aiutare persone nella sua stessa situazione. «Di solito tutte le stanze sono occupate, anche il garage è allestito per ospitare persone della comunità in difficoltà. Ma, con il coronavirus, non possiamo più accogliere nessuno», ha dichiarato a Le Monde qualche giorno fa. La casa è vuota ma rispetto al passato c’è molta più gente rimasta senza un tetto. La paura del virus e la convinzione che esso sia in qualche modo una punizione per i cosiddetti comportamenti contro natura ha spinto molte famiglie a decisioni drastiche. La convinzione che l’omosessualità sia un fenomeno da importazione, riconducibile alle influenze occidentali si è diffusa ulteriormente.
Gli sforzi degli attivisti, così come quelli della comunità internazionale, finora sono serviti a ben poco. «La tolleranza finisce dove l’omosessualità comincia», prosegue Bangoura. «A oggi non so se arriverà mai il giorno in cui nel mio paese le minoranze sessuali saranno accettate».
Difficile non condividere questo pessimismo. A febbraio di quest’anno, ancora dunque in una fase pre-covid, in occasione di un confronto pubblico con il primo ministro canadese Justin Trudeau, il ministro della giustizia Malick Sall ha definito assolutamente impensabile l’idea di depenalizzare l’omosessualità in Senegal e ha contestualmente negato che nel paese ci sia un problema di omofobia. «Le leggi del nostro paese obbediscono agli standard che sono il riassunto dei nostri valori di cultura e civiltà», ha affermato. «Questo non ha nulla a che fare con l’omofobia. Coloro che hanno un orientamento sessuale alternativo non sono soggetti ad esclusione».
Sebbene l’esperienza dei diretti interessati vada in una direzione contraria, è stato praticamente impossibile trovare qualcuno disposto a smentire pubblicamente il ministro. La “sutura” senegalese, ossia l’attitudine al silenzio e alla discrezione che caratterizza gli ambiti più personali dell’esistenza, quando si tratta dell’omosessualità diventa una sorta di serratura ermetica. Gli attivisti lavorano nell’ombra, cercando soprattutto di fornire aiuti concreti e materiali alle persone che chiedono protezione. Un altro fronte di impegno è la sensibilizzazione e la prevenzione rispetto all’HIV e alle malattie sessualmente trasmesse. Le associazioni non hanno sedi ufficiali e mutano spesso indirizzo per evitare di essere individuate. La “sutura” tra l’altro non viene meno neanche tra quei senegalesi che, a causa dell’orientamento sessuale, hanno ottenuto un permesso umanitario o il diritto d’asilo in Europa. La tendenza più diffusa è raccontare ad eventuali interlocutori e nuovi conoscenti una versione diversa rispetto alle ragioni della loro partenza.
C’è un romanzo che può aiutare a farsi un’idea più precisa del clima di paura e dell’immensa solitudine che attanaglia le persone LGBT in Senegal. Si tratta di De Purs Homme, firmato dallo scrittore Mohamed Mbougar Sarr e pubblicato nel 2018 in coedizione tra le Éditions Jimsaan, a Saint-Louis, e Philippe Rey, in Francia. Non è stato tradotto in italiano e non sappiamo se mai lo sarà. L’obiettivo principale di Sarr con questo testo è stato denunciare l’ipocrisia con cui il suo paese insiste a rapportarsi a questa controversissima questione.

(Stefania Ragusa)

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