Rothko in Lampedusa: arte e libertà

di Stefania Ragusa

L’11 maggio, in coincidenza con l’avvio della 58° Biennale d’Arte, l’Unhcr porta a Venezia il progetto Rothko in Lampedusa, ideato da Luca Berta e Francesca Giubilei per raccontare come l’arte possa aiutare i rifugiati a esprimere il loro talento, portando contestualmente grandi benefici alle comunità che li ospitano.
Il titolo allude al legame ideale tra l’espressionista Mark Rothko, uno dei più grandi artisti del XX secolo, e la massa mediaticamente anonima che, in fuga da conflitti e persecuzioni, raggiunge le nostre coste a Lampedusa (per chi non lo conoscesse o volesse saperne di più, fino al 30 giugno il Kunst Historiches Museum di Vienna ospita una sua interessantissima retrospettiva).
Fuggito insieme alla famiglia d’origine dalla Lettonia per approdare negli Stati Uniti, nel nuovo Paese Rothko ha potuto esprimere il proprio talento e donare all’intera umanità la sua opera. Se non avesse trovato, nel Paese di accoglienza, le condizioni idonee all’espressione della sua potenzialità, oggi non avremmo le sue opere. E avremmo perso tanto. Forse tra quanti arrivano a Lampedusa – e, per estensione, tra tutti i rifugiati nel mondo – potrebbe esserci il Rothko del XXI secolo.
Il progetto è molto articolato. La mostra, ospitata a palazzo Querini, presenterà le opere di otto artisti contemporanei che hanno vissuto l’esperienza dell’esilio o affrontato il tema della fuga nella loro ricerca artistica. In primis Ai Weiwei – artista tra i più grandi comunicatori della nostra epoca e che come Rothko ha un passato di esilio e fuga – il quale presenta un’opera provocatoria: un “fake Rothko”, ovvero una riproduzione del lavoro del maestro realizzata usando blocchetti di Lego donati da migliaia di volontari. E poi Adel Abdessemed, Christian Boltanski, Nalini Malani, Abu Bakarr Mansaray, Richard Mosse, Dinh Q. Lê e Artur Żmijewski.
Le loro opere dialogheranno con quelle di cinque artisti rifugiati emergenti: Majid Adin (animatore, Iran, rifugiato in Inghilterra), Rasha Deeb (scultrice, Siria, rifugiata in Germania), Hassan Yare (fumettista, Somalia, rifugiato in Kenya), Mohamed Keita (fotografo, Costa d’Avorio, rifugiato in Italia) e Bnar Sardar Sidiq (fotografa, Iraq, rifugiata in Inghilterra).
I cinque saranno a Venezia fino al 23 maggio per partecipare a una residenza artistica, organizzata in collaborazione con il progetto Waterlines.
Per la prima settimana a Venezia gli artisti emergenti saranno ospitati da famiglie appartenenti alla rete locale di Refugees Welcome Italia, la onlus partner di Unhcr che promuove l’accoglienza in famiglia dei titolari di protezione internazionale. Nelle settimane successive si mescoleranno con gli studenti ospiti del Collegio Internazionale dell’Università Ca’ Foscari, sull’Isola di San Servolo.
«Attraverso l’arte le persone in fuga mantengono viva la propria umanità, la propria dignità e riaccendono la speranza di ricostruzione del proprio Paese. Allo stesso tempo contribuiscono, nelle comunità che li ospitano, a gettare le basi per un futuro migliore, fatto di convivenza e di arricchimento nella diversità», osserva Carlotta Sami, Portavoce Unhcr per il Sud Europa.
Fino al 24 novembre, il Padiglione dell’Unhcr ospiterà eventi, iniziative, esperienze, incontri. Tra questi, segnaliamo il workshop formativo AtWork organizzato dalla Moleskine Foundation e condotto da Simon Njami dal 9 al 13 settembre per 25 rifugiati e richiedenti asilo provenienti dalla rete dei progetti di integrazione nazionale, la Siproimi, che ha preso il posto dello Sprar.

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