Muna, che insegna la Costituzione anche agli italiani

di Stefania Ragusa

Muna Khorzom sorprende per l’energia che riesce a trasmettere. Giunta 4 anni fa a Torino dalla Siria, con una figlia piccola al seguito, si è gettata quasi immediatamente nell’attivismo sociale. Oggi il suo impegno principale è nelle scuole. Con l’associazione di promozione sociale LiberamenteConsapevoli,  che comprende persone di varia nazionalità e di cui è fondatrice, propone incontri sulla diversità e l’educazione civica. E lavora quotidianamente con giovani di ogni provenienza, dall’Africa al profondo nord italiano.

Dalla richiesta d’asilo alla partecipazione a progetti di educazione non formale nelle scuole. Come è andata?
«Sono arrivata in Italia con un visto turistico passando attraverso la Turchia. Ho raggiunto i miei genitori e mio fratello che erano già qui. In Siria avevo studiato come traduttrice per inglese e arabo e avevo immaginato di fare un master in Italia. Ma il titolo di soggiorno che mi avevano rilasciato inizialmente non mi permetteva di iscrivermi all’università. Ho seguito così un corso di formazione all’Asgi che irguardava  le diverse forme di protezione previste dalla legge e la complessa dinamica dei diritti/doveri. Mi sono appassionata e, appena ho potuto, mi sono iscritta a Giurisprudenza, riuscendo a inserirmi nell’ Erasmus+ , il programma dell’UE che irguarda istruzione, la formazione e la gioventù in Europa.E ho pensato quindi di dar vita a un’associazione che si dedicasse  alla formazione nelle scuole su temi come la cittadinanza, l’inclusione, la diversità».

Muna Khorzom con Stefano Galieni, che l’ha intervistata

Cosa si intende per educazione non formale?
«In Europa le tipologie educative riconosciute sono tre: quella formale, che riguarda contesti strutturati e organizzati come la scuola e l’università, e rilascia dei titoli aventi valore legale; quella informale, che discende dalle attività della vita quotidiana legate al lavoro, alla famiglia, al tempo libero, e che invece non può essere certificata; infine  quella appunto non formale, connessa ad attività pianificate ma non riconducibili al tradizionale percorso scolastico. In questo campo rientrano workshop, giornate di studio, seminari realizzati anche in collaborazione con le istituzioni. Con un progetto di educazione non formale, per esempio,  abbiamo portato il tema della disobbedienza civile nelle scuole».
Come avete lavorato in quel caso specifico?
«Abbiamo diviso gli studenti in coppie, chiedendo a ciascuno di scrivere il proprio sogno su un foglio che poi sarebbe stato dato al compagno. A quel punto interveniva il formatore, invitando a strappare il foglio ricevuto in consegna. La maggior parte obbediva, ma qualcuno si rifiutava di farlo, dicendo di non sentirsi in diritto di strappare un sogno. Partivamo da questo rifiuto per avviare una riflessione sul concetto di disobbedienza. In altri casi abbiamo utilizzato il teatro sociale, le biblioteche viventi, il gioco. Sono tutti strumenti utili per approcciare  temi impegnativi, rispetto ai quali i più giovani sono spesso pochissimo informati».
Avete lavorato anche con giovani stranieri o immigrati di seconda generazione?
«Certo. Nelle scuole questa presenza è ormai molto significativa.  E il fatto di essere un gruppo di lavoro  formato da sudanesi, magrebini, pakistani e non da soli italiani ci avvantaggia. Diventa più facile trovare punti di contatto. C’è molto lavoro da fare per decostruire gli stereotipi dominanti, per intervenire su scelte linguistiche inadeguate. Ricordo per esempio una situazione in cui nella classe c’erano numerosi allievi di origine africana che venivano definiti dagli insegnanti   “ragazzi disagiati”. Ma come si fa? Il linguaggio è importante. Tutto parte dal linguaggio. Cosa ci si può aspettare da un ragazzi etichettato all’origine come disagiato?».
Come va con i docenti?
«Non tutti i accettano che un gruppo di “stranieri” possa insegnare ai “loro” ragazzi  la “loro” Costituzione. Lo schema-barriera noi/voi è sempre radicato e molto forte. C’è chi apprezza il nostro lavoro e riconosce il suo valore specifico e chi se ne sente disturbato.  Senza la conoscenza dei diritti però è difficile costruire una società sana in cui tutte le persone possano vivere in pace. “Mio nonno mi ha detto di non fare amicizia con negri e omosessuali”, mi ha detto una volta un adolescente.  Mi è capitato di parlare di “parità di genere” e di veder ridere il docente». Ci sono classi in cui gli insegnanti hanno iniziato a porre le domande essenziali: chi è il diverso? Perché è diverso? Gli arrivi sono un pericolo o possono produrre miglioramenti? Altre guidate da docenti che non hanno idea di cosa sia accaduto al mio paese e non saprebbero trovare la Siria su una carta geografica. Se a casa nessuno ti spiega nulla e a scuola ci si ritrova con insegnanti che non sanno, mentre media e tv battono la grancassa del prima gli italiani, è facile diventare razzisti senza neanche saperlo».

Stefano Galieni

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