La riscossa dei camici bianchi

di Matteo Merletto
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A sud del Sahara c’è un dottore ogni venticinquemila abitanti (in Italia, uno ogni 250), gli ospedali sono inadeguati e si continua a morire per malattie d’altri tempi. Ma qualcosa sta cambiando

In Africa mancano medici e infermieri. Una carenza resa cronica da decenni di malgoverno e mancati investimenti nella sanità, che hanno spinto alla fuga i camici bianchi verso migliori condizioni di lavoro in Europa e Nord America. L’Africa però sta reagendo. Grazie agli aiuti internazionali e a investimenti pubblici, negli ultimi anni sono nate scuole e università che formano professionisti di buon livello, chiamati poi a operare in contesti rurali e urbani non sempre facili. Secondo una stima dell’Organizzazione internazionale del lavoro, nel mondo mancano 10,3 milioni di operatori sanitari. È un’emergenza che tocca tutti i continenti (in Europa, nel 2020 mancherà un milione di medici e infermieri). Ma è l’Africa a soffrire la maggiore scarsità di personale.

Dottori da Cuba

A sud del Sahara c’è un medico per 25.000 persone (uno ogni 250 in Italia). In Paesi come la Repubblica Centrafricana o la Rd Congo lavorano 0,09 medici e 0,55 infermiere ogni mille abitanti. In Guinea-Bissau, meno del 20% delle donne partorisce con un minimo di assistenza sanitaria. Ma neanche il Sudafrica, che pure ha un sistema sanitario avanzato, riesce a sopperire al fabbisogno di personale. Le facoltà di Medicina sfornano circa 1200 medici all’anno (in Italia, 5500), troppo pochi per offrire le cure a un Paese di 54 milioni di persone. Così Pretoria è costretta a importare dottori da Cuba, famosa per l’alta qualità della formazione dei propri medici.

La scarsità di personale si inserisce in un contesto sanitario complesso. Da anni, il continente affronta una pandemia di Aids (25 milioni gli africani che vivono con il virus Hiv) e l’endemica diffusione della malaria (126 milioni i pazienti ogni anno). Questo, senza contare i problemi legati a malattie facilmente curabili che in Africa fanno ancora vittime o inabilitano le persone. Recentemente, poi, sono scoppiate epidemie che seminano la morte a larghe mani. Come quella di ebola, che tra il 2014 e il 2016 ha causato più di 12.000 vittime. O quella di peste, che nel 2017 ha colpito il Madagascar facendo un centinaio di morti.

Salute e sviluppo

Di fronte a questa situazione, stanno nascendo diverse iniziative per formare più medici e infermieri. A N’Djamena, per esempio, nel 2004 il gesuita italiano Angelo Gherardi ha creato l’ospedale universitario “Il buon samaritano”. La facoltà, nella quale insegnano professori europei, mediorientali e africani, offre agli studenti un prestito, da restituire in rate mensili, che permette loro di studiare. I neomedici, inoltre, si impegnano a lavorare per dieci anni in un ospedale rurale o urbano del Ciad. Se emigrano, hanno l’obbligo di pagare il loro debito tutto insieme.

«Abbiamo creato questa università per formare medici per l’Africa – spiega padre Gherardi, che ha ceduto la gestione ai confratelli gesuiti –. Vogliamo che le competenze acquisite servano alla popolazione africana. Perché è sulla salute che si fonda lo sviluppo». La scorsa estate, in Kenya l’ong Amref ha dato vita a un’università riconosciuta dal ministero dell’Istruzione, che tiene corsi per formare i medici con particolare attenzione alla sanità pubblica e alle piccole comunità rurali. «È l’inizio di una nuova avventura – osserva Githinji Gitahi, direttore generale di Amref Health Africa –. L’obiettivo dell’assistenza sanitaria universale può essere raggiunto con personale sanitario ben formato e, soprattutto, ben motivato».

Missione possibile

In Africa sono nate anche molte scuole infermieri. Al St. Mary’s Lacor di Gulu (Uganda), ospedale fondato dai missionari comboniani, dagli anni Settanta è attiva una scuola che ogni anno forma 500 infermieri, ostetriche, tecnici di laboratorio e di anestesia, assistenti di sala operatoria. «Nel nostro ospedale – spiega Dominique Corti, presidente della Fondazione “Piero e Lucille Corti” che finanzia l’ospedale – abbiamo anche avviato progetti di sviluppo delle competenze manageriali del personale, sempre più essenziali per assicurare una buona gestione delle strutture sanitarie».

Dal 1977, nel Lesotho è attiva la Paray School of Nursing. Nata come scuola per infermieri nel villaggio Thaba-Tseka, è ora un centro universitario di eccellenza che compie ricerche in campo medico-infermieristico e insegna le tecniche più innovative a centinaia di giovani provenienti da tutto il Paese, e anche dai Paesi vicini. In Malawi, dal 1994 è attiva la Mzuzu University, una struttura pubblica che ospita 2500 studenti ed è diventata un presidio di avanguardia nelle scienze infermieristiche e nella formazione continua post-laurea di medici e infermieri.

Centro di eccellenza è anche la Monze School of Nursing, nata in seno all’omonimo ospedale in Zambia, della locale diocesi cattolica. Ogni anno prepara decine di infermieri ausiliari e professionali. «Quello di operatore sanitario non è un mestiere qualunque – spiegano i responsabili della scuola –. Serve una forte motivazione, una speciale vocazione. Salvare vite umane non è un semplice lavoro. È una missione possibile».

(testo di Enrico Casale – foto di Sven Torfinn / Panos Pictures / LUZ)

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