La maledizione del Centrafrica

di claudia
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La crisi senza fine della Repubblica Centrafricana, cominciata nel 2012, è alimentata dagli enormi interessi geostrategici che gravitano attorno al suo territorio, ricchissimo di oro e diamanti. L’ennesimo accordo di pace non ha riportato stabilità e sicurezza. E l’Onu non riesce a difendere la popolazione

di François Misser

L’ennesimo accordo di pace è stato siglato a febbraio 2019, ma la città di Bangui porta ancora le stigmate dell’abbandono. Le sue strade sembrano sventrate da bombardamenti aerei. Già prima della guerra civile, scoppiata nel 2012, si trovavano in condizioni pietose. L’Unione Europea ne sta ora finanziando il rifacimento, ma rimane ancora molto da fare.

Non si sono mai visti tanti godobés, bambini di strada, per le vie di Bangui. Sono in gran parte orfani di genitori uccisi durante la guerra. Altri sono scappati di casa perché accusati di essere “stregoni”. Si sono così organizzati in bande di ragazzini dedite alla violenza. All’estremità opposta della scala sociale, gli studenti dell’Università di Bangui hanno eretto barricate, reclamando il versamento degli arretrati delle borse di studio.

Il malessere generale si traduce anche nella proliferazione di Chiese evangeliche. Gli autoproclamati profeti sono onnipresenti. Dappertutto si vedono cartelloni che invitano ad aderire alla “Città della Fede” o alla “Voce dell’Agnello tabernacolo”. L’attuale presidente, Faustin-Archange Touadéra, eletto nel 2016, è affiliato a una branca dissidente della Chiesa battista. Il suo predecessore, il generale François Bozizé, aveva introdotto nel Paese la Chiesa del cristianesimo celeste fondata da un “profeta” beninese. Tutto questo, nell’unica porzione di territorio più o meno controllato dal governo: Bangui e dintorni. Altrove, la guerra civile ha cancellato tutti i punti di riferimento. Vicino a Lokoumbé, a 250 chilometri a sud-ovest della capitale, la frontiera congolese ha avanzato di cinque chilometri.

Fauna minacciata

Nella maggior parte del Paese le popolazioni vivono sempre più isolate. Tra Carnot e il traghetto di Yaloké, sul fiume Lobaye, le piste si sono richiuse. I contadini fanno seccare la manioca su quella che un tempo fu una carrozzabile. I traghetti sono per la maggior parte fuori uso. I cercatori di diamanti lavorano in foreste infestate di tafani e zanzare, a breve distanza da coccodrilli e ippopotami. Le foreste maestose come cattedrali vegetali si sono inghiottite molte piantagioni di caffè. I Pigmei, circa quarantamila, lasciati alla loro sorte, soffrono di framboesia, una malattia tropicale della pelle. Sono sempre più numerosi a lasciare la foresta per stabilirsi attorno ai villaggi e coltivare manioca a servizio di padroni bantu. Come fa notare Honoré Mgbako, un Pigmeo Aka del villaggio di Wazembe, cacciatore di antilopi, si moltiplicano la siccità e gli incendi collegati alla deforestazione, e la cacciagione si fa rara. La fauna paga un pesante tributo al conflitto. Nel parco di Dzanga-Sangha, ultimo santuario degli elefanti e dei gorilla, si temono gli attacchi dei bracconieri. Secondo il programma di protezione ecologica Ecofaune, in trent’anni la popolazione dei grandi mammiferi nel Paese si è ridotta del 94%.

Paese martire

Nelle regioni orientali in pochi osano viaggiare. I miliziani Anti-balaka si dedicano pure alla pirateria sul fiume Obangui. Il Paese è in tale stato di abbandono che l’epidemia di coronavirus – circa 1.200 casi censiti a metà giugno 2020– appare un fenomeno lontano. Ben più tangibile è la realtà della malaria. Secondo il ministro della Sanità Pierre Somsé, negli ultimi cinque anni i decessi per malaria sono più che quadruplicati, arrivando a sfiorare i 4.000 annui: la maggior parte riguarda bambini con meno di 5 anni di età.

Sotto ogni punto di vista la Repubblica Centrafricana è un Paese martire. Settecentomila abitanti – più del 13% di una popolazione di 5,3 milioni – sono profughi interni. Oltre il 70% dei centrafricani vive sotto la soglia di povertà, conseguenza dell’isolamento e della violenza dei gruppi armati. In un tale marasma è difficile anche il lavoro delle organizzazioni umanitarie: tra gennaio e aprile di quest’anno si sono contati 121 incidenti, soprattutto aggressioni e sequestri.

Da più di otto anni nella Repubblica Centrafricana si vive tra conflitti e instabilità. È uno dei paesi più poveri del mondo: due milioni di persone sopravvivono grazie agli aiuti umanitari e un milione di centrafricani sono fuggiti in Camerun, nella Repubblica Democratica del Congo e in Ciad.

Diamanti che non brillano

A dispetto delle ricchezze del Paese, la popolazione vive nella miseria. Il diamante, che rappresentava i due terzi del valore delle esportazioni prima del 2013, ha visto precipitare la sua produzione ufficiale da 365.000 carati nel 2012 a 23.000 nel 2019. Oltre l’80% esce di contrabbando verso il Camerun.

Peraltro il Centrafrica è oggetto di un embargo parziale sulle sue esportazioni di diamanti, sospettate di andare ad alimentare i gruppi armati nelle zone rosse del nord e dell’est. La Russia, che presiede all’iniziativa internazionale contro i “diamanti di guerra”, il Kimberley Process, vorrebbe levare l’embargo facendo leva sul fatto che esso penalizza i poveri cavatori, che non hanno altri mezzi di sussistenza. Ciò detto, Mosca ha tutto il suo interesse in una simile misura: una società russa, Lobaye Invest, legata a un affarista vicino a Putin, detiene varie concessioni diamantifere nel Paese. Nel nord, sfruttano i giacimenti auriferi di Bozoum quattro società cinesi, ma, secondo il Parlamento centrafricano, l’effetto è «un disastro ecologico» dovuto all’inquinamento da mercurio del fiume Ouham.

Accordo di pace al capolinea

Il governo vorrebbe rilanciare la produzione di cotone, ma il suo livello attuale (1.200 tonnellate nel 2018) è debolissimo rispetto agli anni Novanta, quando le esportazioni erano di 60.000 tonnellate l’anno. Alla Federazione dei cotonicoltori di Paoua, nel nord-ovest, si spera che il ritorno del cotone possa venire a dare un impiego ai giovani, tentati di unirsi ai gruppi armati. Ma i problemi da superare sono considerevoli. L’ultima società cotoniera di coltivatori, la Socadetex, è fallita nel 2016. E lo stabilimento di sgranatura dii Giffa era stato distrutto nel 2013.

Il rilancio dell’economia è una vera scommessa. La Repubblica Centrafricana è classificata come «Paese post-conflitto» dalla Banca mondiale, ma i combattimenti infieriscono su molte aree del territorio. Nelle scorse settimane, per esempio, si sono registrati scontri ad Alindao, a 600 chilometri a est di Bangui, tra le forze armate regolari e i miliziani dell’Unità per la pace del Centrafrica, gli ex Seleka, con un bilancio di due morti, una decina di feriti e centinaia di nuovi sfollati, come riportato dalla missione dell’Onu nel Paese (Minusca). Sono state date alle fiamme case, negozi e una parte dei campi degli sfollati. Battaglie come questa dimostrano che l’Accordo di pace tra governo e gruppi ribelli sottoscritto a Khartoum il 6 febbraio 2019 è praticamente decaduto mancando i suoi obiettivi: realizzare il disarmo, la smobilitazione e il reinserimento delle milizie.

Instabilità cronica

Negli ultimi mesi, nel nord-est, nella prefettura della Vakaga, si sono scontrati miliziani del Fronte popolare per la rinascita del Centrafrica, di etnia rounga, con i Kara e i Goula del Movimento dei liberatori centrafricani per la giustizia di Gilbert Toumou Deya. Costui è già di per sé un simbolo surreale della situazione, essendo al tempo stesso ministro con la delega alle relazioni con i gruppi armati, e capo di un gruppo che include mercenari ciadiani e guerriglieri sudanesi. Le milizie rimproverano al governo di non avere onorato le promesse dell’Accordo di Khartoum. La situazione è critica sotto molti punti di vista. A Ndélé, nel nord, presso la frontiera con il Ciad, una base del Comitato internazionale della Croce Rossa è stata saccheggiata. Da Batangafo, nella stessa regione, se ne sono andate tutte le ong.

L’impotenza dei 14.000 caschi blu della Minusca davanti alla violenza cronica vale loro l’ostilità della popolazione. Gli abitanti di Béboura, un villaggio nel nord-ovest, hanno distrutto una postazione dei caschi blu dopo la morte di un civile urtato da un veicolo dell’Onu. A questi scontri si aggiungono quelli che oppongono sedentari ai transumanti, in particolare i Peul Mbororo, i quali, bersaglio delle bande armate, si vedono costretti a stringere alleanze con gruppi ribelli per difendere le loro mandrie. Quanto ai contadini, rinfacciano ai pastori peul provenienti dal Ciad di attraversare i villaggi senza rispettare i corridoi di transumanza e di lasciare il loro bestiame invadere i terreni coltivati.

La riserva naturale di Shinko, a oltre 500 chilometri a est di Bangui, è diventata zona di transito per le mandrie sudanesi, regolarmente attaccate dai ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra), sempre attivi nel sud-est del Paese.

La destabilizzazione viene anche dall’interno. A fine aprile, a Bangui era tutto un correre di voci di un imminente, ennesimo ammutinamento. Nodo del contendere, i conflitti tra i soldati regolari formati da istruttori dell’Ue, e quelli addestrati dai paramilitari della compagnia Wagner, mercenari che rappresentano uno stato nello stato. I diplomatici sono convinti che solo il sostegno dei russi (istallati persino nel palazzo di Berengo, quello dell’ex dittatore Bokassa) permetterà al presidente Touadéra di rimanere in sella. Nell’esercito soffia un vento di fronda.

Diverse milizie sono in guerra tra loro e si contendono la terra e le risorse del paese, come l’oro e i diamanti

Religioni strumentalizzate

La Banca mondiale ha annunciato uno stanziamento di 40 milioni di dollari a favore di 5000 combattenti, che dovrebbero ricevere una diaria per sei mesi, poi un assegno di 700 dollari (superiore ai 490 di reddito pro capite annuo per abitante), per avviare un’attività professionale. Ma i capi dei gruppi armati che siedono al governo, intascando elevati compensi in quanto consiglieri militari del primo ministro o membri di comitati che dovrebbero implementare l’Accordo di pace, cercano di limitare la smobilitazione dei loro uomini.

La sfida più grande rimane quella di riconciliare le popolazioni divise – come a Bantagafo, nella diocesi di Bossangoa, nel nord del Paese – tra musulmani, prevalentemente sostenitori della ex Seleka, e cristiani, tra cui miliziani Anti-balaka. Le piaghe aperte dai cruenti scontri del 2014 non sono ancora rimarginate. Il campo profughi attorno alla chiesa dell’Immacolata Concezione è stato attaccato nell’ottobre del 2018 da miliziani ex Seleka che hanno incendiato la canonica.

Il vescovo di Bossangoa, però, respinge la fatalità dell’odio, e denuncia la strumentalizzazione della religione da parte dei ribelli della Seleka che sostengono di combattere in nome dell’islam e degli Anti-balaka in nome della fede cristiana. Per mons. Nestor Nongo, solamente il dialogo e l’apertura all’altro permetteranno di superare le tensioni.

(François Misser)

Questo articolo è uscito sul numero 5/2020. Per acquistare una copia della rivista, clicca qui, o visita l’e-shop.

Le tappe delle crisi

La guerra civile nella Repubblica Centrafricana inizia a settembre 2012 quando nel nord del Paese si forma la Séléka, una coalizione di ribelli a maggioranza musulmana che vuole rovesciare il governo in carica, guidato dal presidente François Bozizé. Si formano milizie cristiane di autodifesa chiamate anti-balaka. Nella primavera successiva i ribelli conquistano la capitale Bangui, costringendo alla fuga Bozizé, e il loro capo Michel Djotodia si autoproclama presidente. La coalizione Séléka si scioglie, ma i combattenti si dividono in diversi gruppi armati che si contendono le miniere e compiono massacri di civili. Per tentare di ripristinare la sicurezza a dicembre 2013 viene lanciata l’operazione militare Sangaris, formata da soldati francesi e africani che verranno poi sostituiti dai caschi blu dell’Onu. Djotodia rinuncia all’incarico e viene sostituito da Catherine Samba-Panza. Iniziano le trattative di pace, ma pochi miliziani accettano di riporre le armi. Vengono siglati sei accordi di pace, l’ultimo a febbraio del 2019, ma le violenze non cessano. Un milione di persone, su una popolazione di cinque milioni di abitanti, è costretto a fuggire dal Paese.  

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