La fuga degli italiani da Malindi

di Diego Fiore
Malindi
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Il coronavirus fa paura, ovunque, anche in Kenya. E allora gli italiani si danno alla fuga, scappano per raggiungere la madrepatria, con non poche difficoltà perché i confini, tutti, anche quelli aerei, sono chiusi e allora occorre affidarsi all’impegno dell’Ambasciata d’Italia nell’organizzare voli di rientro: ne sono stati operati tre e un quarto partirà il prossimo primo luglio. Oltre a voli Ue a cui gli italiani hanno potuto accedere. Insomma, nessun italiano è mai veramente rimasto “bloccato” o “disperso” in Kenya.

Il Kenya è uno dei 41 Paesi africani che ancora impongono il coprifuoco, la chiusura dei confini e orari ridotti per le attività commerciali come i ristoranti. Insomma, nel giro di due mesi il turismo è scomparso del tutto. Le spiagge, quelle frequentate dagli italiani a Malindi e Watamu, sono deserte ma, come ai tempi d’oro della stagione turistica, si riempiono di rifiuti, plastica in particolare, vero flagello degli oceani. Eppure, pur nel deserto di questi giorni, continuano le attività per ripulirle e se ne occupano i keniani, spesso quei beach boys che tanto danno “fastidio” ai turisti ma che dalle spiagge riescono a ricavare quel poco per sopravvivere, pochi scellini per sé e per la famiglia. Il Kenya, proprio per il crollo del turismo e dell’indotto legato a questa attività, avrà una contrazione del Pil molto rilevante, passando da una previsione di crescita per il 2020 del 5,7% a un misero più 1%. Ma sono numeri parziali. L’impatto economico del coronavirus sarà maggiore soprattutto per quei keniani che vivono di espedienti o di lavori informali.

Di tutto questo ne abbiamo parlato con un italiano, forse ormai più keniano, che vive a Malindi da anni. Giornalista, scrittore, cantante, un uomo poliedrico, Freddie Del Curatolo, direttore del portale degli italiani in Kenya, malindikenya.net, innamorato dell’Africa e in particolare del Kenya. I dati del contagio nel Paese non sono certo paragonabili a quelli di altre parti del mondo e nemmeno a quelli che si sono registrati in Italia. A oggi sono stati superati i 5000 contagi, anche se negli ultimi giorni crescono esponenzialmente: in ogni modo gli italiani scappano. «Si tratta di un migliaio di persone – ci dice Del Curatolo – di cui buona parte sono turisti stagionali, ovvero connazionali (per lo più pensionati) che vengono a svernare sulla costa del Kenya e solitamente tra il mese di marzo e Pasqua tornano in Italia. Quest’anno hanno deciso di fermarsi in Kenya perché l’Italia era nel pieno della pandemia, poi sono stati colti di sorpresa dalla decisione del governo keniano di chiudere le frontiere il 25 marzo scorso. Da allora hanno atteso voli speciali per poter fare ritorno come ogni anno in Italia durante la stagione estiva. Mano a mano che la situazione in Italia migliorava, molti residenti italiani in Kenya e titolari di attività legate al turismo a Nairobi, Mombasa e Malindi hanno iniziato a pensare di tornare in Italia, anche in corrispondenza con l’aumento di casi in Kenya, per la non adeguata sicurezza sanitaria e i costi elevati della sanità privata».

A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Vien da pensare: quando c’è più bisogno se ne vanno. «Chi aiuta l’economia di questo Paese non pensa ad andarsene e sta già provando a riaprire, anche se c’è ancora incertezza sui protocolli e su quando il Kenya raggiungerà il picco dei casi. L’industria del turismo, di cui molti italiani specie a Malindi e Watamu sono colonna portante, è però quella che ha subito maggiormente i danni del lockdown. Il governo keniano non ha ancora messo in atto salvagenti adeguati per salvaguardare le attività di hospitality e per i dipendenti keniani. I turisti, invece, da sempre sono semplici “fruitori”. Anche chi lo frequenta da anni e ha familiarizzato con il luogo e la sua gente, se aiuta lo fa in modo del tutto personale e spesso poco produttivo. Solidarietà mordi e fuggi, insomma». Di sicuro l’assenza prolungata degli stranieri e le chiusura stanno provocando gravi danni, in particolare al settore del turismo, soprattutto all’indotto: filiera alimentare, locali pubblici, trasporti e ogni altro servizio e attività collegati che permettono a migliaia di persone di vivere appena al di sopra della soglia di povertà. Solo nel distretto di Malindi si tratta di 400.000 persone. «Possiamo dire – prosegue il direttore di malindikenya.net – che, nel disagio dell’emergenza, la “fortuna” per il Kenya è stata che la pandemia è arrivata quando la stagione turistica era sul finire. Il problema sarà la mancanza di ripresa ad agosto. Se gran parte di questi italiani che per tre, quattro mesi all’anno tornano in patria non si faranno vedere, come sembra, ad agosto, è lì che l’industria e tutto l’indotto soffrirà. Aspettando dicembre come una benedizione…e sperando che arrivi».

E poi c’è chi rimane…«Si certo, io ne sono un esempio. Stiamo parlando dei residenti “storici”, quelli che non tornano più da anni in Italia. I veri emigrati che somigliano a quelli che potremmo trovare in America Latina o in Australia, che hanno famiglia e lavoro qui. E che sono mezzi africani. Resta chi ha attività non legate particolarmente al turismo, i missionari laici e religiosi, i cooperanti delle Ong che non hanno fermato i loro progetti e, ovviamente, quei connazionali che hanno qualche problemino con la giustizia in Italia». Gli stereotipi sugli italiani che vivono all’estero si sprecano, e anche Malindi non è da meno. C’è comunque chi, per svariate ragioni, è approdato sulle sponde dell’Oceano Indiano e poi ci è rimasto creando attività di aiuto alla popolazione essenziali in una situazione come questa di crisi. Come la onlus Karibuni, che aiuta centinaia di persone sostituendosi spesso allo Stato. «Gianfranco Ranieri è stato volutamente qui a seguire i suoi progetti: ha deciso di rientrare il prossimo primo luglio. Karibuni ha iniziato un importante progetto legandosi alla diocesi cattolica della costa. L’attività non si interrompe e continuerà a sostenere quelle popolazioni più bisognose anche nei prossimi mesi. Si tratta di persone particolarmente colpite dalla pandemia, gente che non ha di che vivere».

Altri stereotipi sono legati ai beach boys, quei ragazzotti dai nomi improbabili che invadono le spiagge. Eppure anche loro fanno la loro parte per rendere la permanenza dei turisti più gradevole, impegnandosi nell’attività di rendere l’ambiente più pulito e bello in vista del ritorno degli stranieri. E poi c’è il Progress Welfare Association of Malindi (Pwam). «Sono orgoglioso di farne parte. Pwam rappresenta un unicum nel panorama keniano per la presenza di persone di molte nazionalità unite dalla stessa passione e attenzione per l’ambiente e la crescita sostenibile. Approfittiamo di questo momento infelice per creare una sinergia che potrebbe rivelarsi fondamentale per una ripresa sostenibile e intelligente. Il bisogno di avere da mangiare e qualcosa da fare si incontra con il nostro aiuto. Abbiamo creato stage in cui sensibilizziamo alla tutela delle spiagge, chiediamo agli operatori di spiaggia di rispettare certe regole e di riunirsi in organizzazioni serie e allo stesso tempo tutelate. Sta funzionando». Molti i beach boys impegnati a raccogliere sulle spiagge la plastica destinata poi ai centri di riciclo e a diventare quindi una fonte di guadagno.

(Angelo Ferrari)

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