Covid-19, la battaglia impari dei Turkana

di Diego Fiore
Turkana 8
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Un fotografo italiano è stato nella regione del Lago Turkana nei giorni dell’esplosione della pandemia. Il suo racconto testimonia le carenze strutturali delle regione ma anche l’infinita forza dei suoi abitanti nell’affrontare l’emergenza

Era il 13 marzo quando il primo caso di covid-19 veniva confermato in Kenya, esattamente qualche ora prima del mio atterraggio a Nairobi. La mia storia nel continente africano inizia cosi, stravolta ancor prima di toccare terra, e mi avrebbe portato a Lodwar, nel deserto di Turkana, all’inizio della Rift Valley, al confine con Uganda e Sud Sudan. Questa terra è tuttora una delle aree più povere dell’intero continente. Malaria, malnutrizione, flussi migratori provenienti dagli Stati vicini, alta mortalità infantile e un clima tra i più aridi dell’area subsahariana…il coronavirus ha solo accentuato gli innumerevoli problemi.

Avamposto sanitario di Urum Dispencery

Lavorare come fotografo per UNICEF, Amref-Health Italy e USAID mi ha permesso di testimoniare le condizioni dei presidi sanitari più isolati del Paese e di addentrami nella vita quotidiana della popolazione. Lo scenario che mi è apparso davanti era quello di uno Stato consapevole del rischio enorme che stava correndo, ma completamente privo dei mezzi sanitari per affrontarlo. La responsabilità è ricaduta quindi sui singoli, persone che avevano a cuore le proprie comunità: piccoli artigiani (ma grandi lavoratori) che hanno riorganizzato presidi sanitari, sanificato strutture, riallocato pazienti, limitato accessi,  convertito attività commerciali per produrre mascherine e sensibilizzato la popolazione. L’esempio del Saint Elizabeth Health Center di Lorogum, nella provincia di Loima, è uno dei più virtuosi dell’area. In brevissimo tempo, la Madre responsabile della struttura e l’unica infermiera si sono prodigate per garantire il distanziamento tra i lettini, formare i tecnici della struttura e avere sempre a disposizione il necessario per lavarsi le mani e misurare la temperatura all’ingresso. Queste immagini possono far sorridere se paragonate agli imponenti ospedali speciali della Fiera di Milano e delle OGR di Torino: eppure queste precauzioni si sono rivelate molto efficaci e i costi pressoché nulli. La mancanza di un supporto costante da parte dello Stato centrale alle strutture più isolate ha causato anche casi di estrema inefficienza e una totale assenza dei servizi più basilari.

L’Urum dispencery, letteralmente l’avamposto sanitario più remoto dell’intera Contea di Turkana, se fosse travolto dal coronavirus, sicuramente non riuscirebbe ad evitare una strage, così come altri luoghi come questo: l’isolamento è il suo vero vantaggio rispetto all’avanzata della pandemia, ma anche la causa principale del suo malfunzionamento. Molti altri “ospedali” hanno cercato di arrabattarsi con quello che avevano a disposizione e si sono concentrati soprattutto sulla prevenzione e la divulgazione delle tre principali norme per prevenire il contagio: distanziamento, lavaggio delle mani e uso della mascherina. Quest’ultima è stata oggetto di una vera e propria transizione commerciale. Inizialmente gli unici che avevano a disposizione le mascherine chirurgiche erano i funzionari statali e i lavoratori delle grandi organizzazioni e aziende: il loro costo era pressoché inaccessibile alla maggior parte della popolazione. Basti pensare che nel deserto di Turkana si vive con circa 1- 2 dollari al giorno…l’equivalente del costo di una mascherina. Per abbatterne i costi, moltissimi artigiani di Lodwar hanno allora riconvertito le loro produzioni: sono quindi nate moltissime iniziative solidali tra i membri delle stesse comunità per distribuirle gratuitamente ai più bisognosi.

Seppur la prima ondata dell’epidemia sia stata quasi completamente evitata grazie ai tempestivi interventi e alla collaborazione tra i vari Stati, come spiegato da Ifeanyi M Nsofor, gli effetti delle restrizioni sulla vita quotidiana della popolazione sono stati evidenti fin dai primi mesi. Il problema della malnutrizione si è accentuato velocemente e la possibilità di ricovero e di accesso ai servizi sanitari è stata ridotta alle sole emergenze. Quest’ultima conseguenza del covid-19 che accumuna molti paesi “sviluppati”, in primis l’Italia, e il terzo mondo, non è secondaria. Molte campagne di vaccinazione sono state interrotte, molti pazienti non hanno potuto ricevere le cure adeguate, molto donne non sono state assistite durante la gravidanza o il travaglio, aumentando cosi il rischio di decessi indiretti da coronavirus.

Eppure, nonostante queste immense difficoltà, le persone che abitano questi luoghi cosi inospitali stanno reagendo in modo unitario, dimostrando ulteriormente la loro grande solidarietà. Questa è stata sicuramente la cosa che mi ha colpito maggiormente al termine dei quasi quattro mesi vissuti nel deserto: persone che non possiedono praticamente nulla ma pronte ad aiutarsi l’una con l’altra, consapevoli delle conseguenze che una pandemia provocherebbe. Molti di loro infatti hanno vissuto sulla propria pelle gli effetti nefasti di epidemie, carestie o cambiamenti climatici e ora con i pochi mezzi a disposizione stanno cercando di evitare il peggio. Dopo aver visitato decine di ospedali ed avamposti sanitari, posso confermare che le conseguenze del virus in queste zone sarebbero catastrofiche, ma la speranza che ciò non accada si deve trovare proprio al senso di comunità, solidarietà, alla consapevolezza che tutto il popolo africano sta contrapponendo all’avanzata della pandemia.

(testo e foto di Leonardo Mangia)

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