In Senegal i detenuti minorenni imparano l’arte della scherma

di Matteo Merletto
Scherma Senegal

Il carcere minorile di Thiès ha avviato un progetto sperimentale di recupero per i giovani reclusi, che prevede l’apprendimento dell’uso di armi bianche come il fioretto. I risultati? Sorprendenti.

La scherma come strumento di riscatto, come mezzo per imparare il rispetto di sé e le regole. È questo il senso del progetto che vede protagonisti i ragazzi del carcere minorile di Thiès (Senegal). In passato, in altri Paesi, sono stati portati avanti esperimenti simili con il pugilato, le arti marziali, l’atletica. Mai però con la scherma, disciplina che prevede una rigida disciplina e, soprattutto, il maneggio di armi. Un fioretto o una sciabola possono essere molto pericolosi nelle mani sbagliate.

Troppo rischioso?

Non è un caso che la direzione del carcere abbia fatto resistenza ad accettare il progetto ideato da due enti che operano a favore dei minori svantaggiati (l’Association pour le Sourire d’un Enfant e la Open Society Initiative for West Africa). Non si fidava dei ragazzi e riteneva troppo pericolosa la disciplina. I maestri hanno insistito e hanno vinto la loro scommessa, coinvolgendo ragazzi condannati per reati che vanno dal furto alla violenza.

Le lezioni sono iniziate due anni fa. Insieme ai responsabili della polizia penitenziaria, l’associazione ha selezionato 16 ragazzi. Due volte la settimana, i detenuti escono dal penitenziario, scortati da agenti, e si recano in una palestra non distante. Là trovano gli istruttori e l’attrezzatura: maschere, guanti, giubbetti protettivi, scarpe e fioretti (l’arma base della scherma). I combattimenti sono solo una piccola parte dell’allenamento. Una volta in palestra, i ragazzi vengono sottoposti a una sessione di riscaldamento. Esercizi di ginnastica per rinforzare i muscoli. Stretching alle gambe, alla schiena e alle braccia per preparare il fisico alle schivate e agli allunghi, così frequenti nel corso del combattimento.

Regole e disciplina

La scherma richiede anche una tecnica, fatta di movimenti precisi che vanno provati e riprovati. Attacchi e parate: ogni atleta deve ripeterli all’infinito. L’esercizio deve diventare maniacale, non tralasciare nessun dettaglio, e va eseguito prima senza arma e poi, quando l’esperienza lo permette, con il fioretto. Anche la ripetitività è parte del processo educativo. Aiuta a memorizzare, a perfezionarsi, soprattutto a riflettere e a rispettare le regole dello sport. Regole non poi così diverse da quelle della vita. Chi si abitua a rispettare le norme di una disciplina sportiva, solitamente è più propenso a rispettare anche quelle imposte dalla società e dalla legge. Per questo i maestri spendono una parte importante del tempo a spiegare regole e tecniche. I ragazzi, in religioso silenzio, ascoltano. Memorizzano e mettono in pratica. Provano. Riprovano. Riprovano ancora.

I maestri concedono talvolta dei break. Per poi riprendere con le armi alla mano. Un momento che è rischioso. Un ragazzo potrebbe pensare di utilizzare il fioretto per evadere o come strumento di vendetta contro gli agenti. Non si sono mai verificati incidenti. I ragazzi hanno capito che l’arma non è uno strumento di violenza ma di reinserimento nella società.

Recuperare l’autostima

«Attraverso la scherma – spiegano i maestri –, non si diventa più violenti. Al contrario, si impara a veicolare la forza, a contenerla, a gestirla. Chi combatte, con le armi o con il corpo, diventa cosciente dei propri mezzi. Da parte nostra, cerchiamo di insegnare loro che la vera forza è non impiegare mai la forza, o servirsene con ragionevolezza, con criterio».

Le lezioni non si limitano alla formazione tecnica e fisica, vanno oltre. Cercano di responsabilizzare i ragazzi. Quando non combattono, essi devono arbitrare i combattimenti dei loro compagni. Ciò li costringe a conoscere le norme e, soprattutto, ad applicarle con equilibrio e giustizia. «Arbitrare un incontro – continuano i maestri –, può sembrare una banalità, è invece una bella responsabilità. Il match è nelle mani del giudice. Una sua decisione errata può comprometterlo. Questo aiuta i ragazzi a essere responsabili e ne rafforza l’autostima. Recuperare la fiducia in sé è uno dei nostri obiettivi, perché il carcere è un’esperienza terribile, che distrugge l’autostima e minaccia di compromettere il futuro dei detenuti».

Liberare lo spirito

I risultati si iniziano a vedere. «La scherma – osserva uno dei ragazzi del corso, chiamiamolo Mouhamed – è molto importante per noi. Ci permette di liberare lo spirito, che altrimenti rischia di soffocare dietro le sbarre. Inoltre questa disciplina ci aiuta a rafforzare le amicizie: grazie al corso, ho conosciuto molti ragazzi che altrimenti non avrei incontrato. So che resteremo amici. E poi mi sono innamorato della scherma, sono convinto che continuerò a tirare di fioretto anche fuori di qui».

È d’accordo anche Yatening, l’unica ragazza ad aver chiesto di partecipare alle lezioni: «Ho iniziato a frequentare il corso dopo tre mesi di carcere. Sono grata a chi mi ha permesso di fare sport e a chi mi segue. Visto che con il fioretto non me la cavo male, credo proprio che continuerò a praticarlo quando finalmente sarò libera».

(Enrico Casale – foto di Marco Garofalo)

Altre letture correlate:

X