In Etiopia la situazione si complica

di claudia

di Mario Giro

Il conflitto fra Tigrini e governo di Addis Abeba non si ferma. Dopo due anni di combattimenti la popolazione è allo stremo, ma da entrambi i fronti ci sono forti resistenze ai colloqui di pace. Nel frattempo crescono tensioni e malumori in altri Stati federali – con le popolazioni amhara, oromo e afar sul piede di guerra – e si acuiscono i problemi sociali ed economici

Sono passati due anni dallo scoppio della guerra del Tigray (iniziata il 4 novembre 2020) e nel conflitto che contrappone Tigrini e governo etiopico non si vedono spiragli di pace. I combattimenti, anzi, si sono fatti più cruenti. L’aviazione federale ha bombardato varie volte Makallé e si dice che truppe di Addis Abeba stiano spingendo da sud mentre quelle eritree abbiano ripreso ad avanzare da nord. Nei mesi di tregua i negoziati non sono riusciti a decollare e la parola è ritornata alle armi. La scelta di dialogare continua a dividere internamente le parti. Sia ad Addis che in Tigray vi sono falchi e colombe: malgrado la nuova fase degli scontri, non è sicuro chi stia prevalendo in entrambi gli schieramenti. Una sola cosa è certa: la popolazione – anche in Tigray – è ormai stanca di questa guerra micidiale per i civili (si muore di fame e i massacri sono stati numerosi) ed è a favore del negoziato. Il Tplf (Tigray People’s Liberation Front) aveva posto come precondizione il ripristino dell’elettricità, delle telecomunicazioni e dei servizi bancari interrotti da Addis fin dall’inizio del conflitto. Il Tigray è de facto totalmente isolato, come denunciano anche molte Ong e agenzie umanitarie internazionali. Durante i cinque mesi di tregua sono finalmente giunti un po’ di aiuti alimentari, ma ne servirebbero – a detta di tutti – molti di più. L’Ue e gli Stati Uniti hanno appoggiato la richiesta, ma il primo ministro Abiy Ahmed è rimasto irremovibile. Di conseguenza c’è chi si chiede quanto il governo volesse davvero la trattativa e monta il sospetto che sia stata una tattica del premier per liberarsi delle insistenze occidentali e della comunità internazionale. Altri sostengono invece che riprendere a combattere serva a contenere il malumore degli Amhara: Addis è preoccupata dalla questione di quella regione che sta diventando sempre più complicata. La guerra si va frammentando in varie guerre, tra cui quella del Wolkeit sembra la più difficile da risolvere. Tale regione frontaliera con il Sudan era stata inglobata nel Tigraiy(e perciò chiamata Tigray Occidentale) al tempo di Meles Zenawi per poi essere occupata (o liberata, a seconda dalla posizione a riguardo) dalle milizie amhara durante i combattimenti attuali. Gli Amhara sostengono che si tratti di una loro terra ancestrale precedentemente sequestrata dai Tigrini, che invece la rivendicano. La contesa sta avvelenando le relazioni con la capitale federale perché su questo dossier ci sono pareri giuridici discordanti, ma gli Amhara non ne vogliono nemmeno discutere. Il leader della regione amharica, Yilkal Kefale, eletto nel 2021, è assolutamente contrario al dialogo con i Tigrini, e ciò potrebbe avere spinto il primo ministro a riprendere i combattimenti. Il Wolkeit è una zona molto fertile, con grandi coltivazioni di sesamo. Tuttavia resta il problema che nell’ultimo anno le relazioni tra Addis e le milizie regionali amhara si sono fatte tese, tanto che il governo ha dovuto arrestare circa 4000 miliziani. Nel Wolkeit si parla addirittura di una speciale alleanza tra Amhara ed eritrei. Resta in sospeso la questione Oromo nel sud del Paese e attorno alla capitale. I ribelli dell’Ola (Oromo Liberation Army) non sono in grado di marciare su Addis, ma compiono molti attentati nella regione rendendo insicuro il transito su molte strade e nelle zone rurali. A differenza dei Tigrini, gli Oromo combattono a gruppi e senza un comando centrale, ciò che rende la loro azione diffusa anche se strategicamente meno pericolosa per il governo centrale. Dal lato somalo si è verificata una mega-operazione di al-Shabaab, respinta dalle truppe federali, ma c’è chi sospetta che militanti somali cerchino di unirsi ai ribelli oromo, con cui condividono la medesima fede islamica.

Infine c’è il malumore degli Afar, che hanno dovuto subire un’offensiva tigrina senza ricevere aiuti da parte di Addis. Il quadro della guerra in Etiopia è dunque composito, con il rischio di un’implosione generale. Un ultimo interrogativo viene dai rapporti difficili tra etiopici e sudanesi: c’è sempre il rischio di attacchi sulla frontiera, dove è in atto da mesi una specie di guerra di attrito a bassa intensità. In tutto questo l’economia etiopica non va bene: la penuria alimentare e la crisi energetica indotte dalla guerra in Ucraina hanno portato l’inflazione a oltre il 40%, aumentando le difficoltà della popolazione civile.

Questo articolo è uscito sul numero 6/2022 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui, o visita l‘e-shop.

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