I migranti cancellati (mediaticamente) dal Covid

di Stefania Ragusa
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Che fine hanno fatto i migranti nel tempo sospeso che stiamo vivendo? Dopo essere stati considerati per mesi l’emergenza numero uno del Paese, sono spariti dalle cronache e se qualcuno ai piani alti  sembra essersi recentemente ricordato di loro, è solo perché le nuove frontiere imposte dal Covid-19 hanno impedito ai lavoratori stagionali di raggiungere le nostre campagne, mettendo a rischio i raccolti.  A differenza di quello portoghese, il governo italiano ha scelto infatti, in questa fase, di chiudere i porti e di guardare altrove. Scomparire da giornali e talk show non vuol dire però smettere di esistere. Gli sbarchi sono ripresi e i migranti già presenti sul territorio italiano (più di cinque milioni secondo l’Istat) sono più vulnerabili di prima e impegnati come tutti in questa difficile prova di resistenza. Molti hanno perso il lavoro, altri si stanno misurando con procedimenti di richiesta di asilo improvvisamente interrotti. Le donne vittime di tratta, spesso con i loro bambini, attendono di riprendere i percorsi di integrazione. I braccianti agricoli senza contratto hanno paura di tornare a lavorare, mentre i rider sfrecciano senza sosta per le strade deserte. Molte comunità hanno raccolto fondi per dare un contributo in questo momento difficile e c’è anche chi ha deciso di dedicarsi agli altri, facendo del volontariato, con piccoli e grandi gesti di solidarietà e vicinanza anche verso gli italiani. Ecco alcune storie, raccolte da Anna Pozzi e fotografate da Bruno Zanzottera.

 

Edwin, 27 anni, è un giovane liberiano richiedente asilo, arrivato in Italia 3 anni fa e da 1 anno lavora come rider per la catena Glovo. Dall’inizio della pandemia non ha mai smesso di lavorare, anche se a causa delle code nei luoghi di approvvigionamento tutte le consegne sono rallentate con un conseguente minor introito per lui.
Omoje, 26 anni, condivide l’appartamento con Motunrajo, 28 anni, e si prende cura della sua bimba Priscilla, 6 mesi. Entrambe nigeriane e richiedenti asilo, sono arrivate in Italia passando dalla Libia.
Modou, 21 anni del Gambia, è un richiedente asilo, in Italia dal 2017. Vive in un appartamento di Olginate (LC) con altri 5 ragazzi. E in queste settimane di Coronavirus cerca di passare il tempo facendo un po’ di sport.

 

Motunrajo, 28 anni, nigeriana, è arrivata in Italia nel gennaio del 2018 ed è una richiedente asilo. Dopo essersi ricongiunta con il suo compagno, quest’ultimo è partito per la Germania ma, per questioni di documenti, non ha più potuto fare ritorno. Due settimane dopo ha scoperto di essere incinta di Priscilla. Aveva appena iniziato a lavorare in un’impresa di pulizie, quando l’emergenza Coronavirus ha bloccato tutto.
Yahya è un giovane richiedente asilo del Gambia (21 anni) arrivato in Italia nel 2018. Dopo aver lavorato un anno nell’ambito di un programma di dote lavoro per il Comune di Olginate, ha trovato un impiego come fresatore in un’azienda del territorio. Ma il contratto è scaduto e, a causa del Coronavirus, non sa se gli verrà rinnovato
Jeunesse Kgninga, un giovane camerunese, è uno dei volontari che aiutano don Paolo Steffano, parroco di Sant’Arialdo, il quartiere di Baranzate (MI) più multietnico d’Italia, nella distribuzione dei pacchi alimentari per le famiglie bisognose nettamente aumentate in questo periodo di pandemia.

 

Boubakar, 21 anni, viene dalla Guinea Conakry e da tre anni vive in Italia. È un richiedente asilo. Cinque mesi fa aveva trovato finalmente un lavoro al McDonald di Garlate (LC), ma ora è chiuso in casa in attesa che l’emergenza coronavirus passi. E che il lavoro ritorni…
Ahmed Mhady proviene dalla Mauritania. Lavora part time per la cooperativa sociale “Il Grigio”, in collaborazione con Caritas Ambrosiana. Due volte la settimana si reca all’ortomercato di Milano per recuperare frutta e verdura che i venditori donano alla Caritas per i banchi alimentari per i poveri. In questo periodo di pandemia la sua mole di lavoro è aumentata a causa della maggior richiesta di borse alimentari.
Salif
, 19 anni del Senegal, è arrivato in Italia nel 2017 e ha fatto un percorso molto tortuoso nonostante fosse un minore straniero non accompagnato. Ora, grazie all’Associazione “Il Gabbiano”, sta terminando la terza media “a distanza”. E in attesa che passi l’emergenza-Coronavirus, impara a lavorare nell’orto.

 

Abdul, con la moglie Abideni e i figli Waris e Beauty vivono in un piccolo appartamento della parrocchia di Erve, nel Lecchese, seguiti dall’Associazione “Il Gabbiano”. Partiti insieme dalla Nigeria, sono stati separati in Libia, lei con un bambino di 5 anni e incinta della figlia. Entrambi hanno vissuto esperienza drammatiche prima di sbarcare separatamente in Italia, senza avere notizie l’uno dell’altra per un anno. Ora che si sono ritrovati e stavano provando a ricostruirsi una vita, sono rimasti “bloccati” in casa dal Covod-19.
Mouhib Abdelilah è nato in Marocco e da oltre 15 anni lavora con l’associazione ARCA nelle unità di strada che diverse sere la settimana portano aiuto ai senza fissa dimora nei vari quartieri di Milano. Il suo lavoro si è intensificato in questo periodo di pandemia perché molte rifugi o mense per i poveri sono chiuse e quindi è aumentato il numero di bisognosi di aiuto. Per il suo impegno verso le fasce più fragili della società ha ricevuto, lo scorso dicembre, l’Ambrogino d’Oro.
Modou Gueye con Maddalena e gli altri componenti dell’associazione socio-culturale Sunugal (“La nostra barca” in lingua wolof). L’associazione è nata come rete di collegamento tra gli immigrati in Italia e le famiglie rimaste in Senegal ed ha la sua sede presso la cascina Casottello alla periferia di Milano, dove si trova anche un ristorante. Da quando è iniziata la pandemia, entrambi sono chiusi e i membri utilizzano il tempo per restaurare il locale ed approntare il giardino per la stagione estiva.

(Anna Pozzi e Bruno Zanzottera)

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