Fabrizio Floris | “È morto un dittatore. Ma noi lo piangiamo”

di Pier Maria Mazzola
daniel arap moi
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Daniel arap Moi è stato un dittatore, questo è sicuro. Ma alla sua morte ha porto le condoglianze anche chi per suo motivo ha sofferto. Ecco un atteggiamento culturale differente tra l’Africa (o, in questo caso, il Kenya) e l’Occidente.

Non è chiaro se esiste uno spazio culturale che si può chiamare Africa, oppure Afriche, ma c’è qualcosa che è altro dall’Occidente. Per rendersene conto basta leggere i messaggi sul telefono che si susseguono dopo la morte di Daniel arap Moi avvenuta a Nairobi il 4 febbraio. In particolare il primo mi arriva da una persona che è stata in carcere durante il regime e le sue parole sono: «Oggi è un giorno molto triste per il Kenya». Ci si sarebbe aspettati una frase tipo quella che mama Alaro disse quando il marito passò all’altro mondo: «Non vedo l’ora di andare in paradiso per ammazzarlo». Invece prevalgono gli elogi e la pietà per un presidente che per oltre vent’anni ha fomentato e orchestrato la violenza etnica a fini elettorali, quello che si è recato a Korogocho nel 2000 a prendere in giro la gente dicendo che le avrebbe dato la terra (e invece è ancora lì a pagare l’affitto), quello che metteva gli oppositori in carcere, che faceva sparire chi non era allineato.

I 24 anni in cui Moi è stato presidente sono stati costellati da violazioni dei diritti umani, nepotismo, esecuzioni extragiudiziali e appropriazione indebita di fondi statali che non solo hanno depredato l’economia del Kenya, ma hanno istituzionalizzato la corruzione. Come altri presidenti dell’epoca aveva l’appoggio occidentale secondo le logiche della Guerra fredda prima, e poi in chiave geopolitica si preferì la “stabilità” per evitare di avere un’area completamente instabile, visti i conflitti che pian piano si diffusero in Uganda, Somalia, Sudan ed Etiopia.

Nei primi anni del suo mandato cercò il consenso delle Chiese per presentarsi all’opinione pubblica come il paladino della cristianità: un punto importante perché la religione, almeno in questa parte dell’Africa, è l’espressione di una cosmogonia, di una visione della vita nella quale tutto discende da Dio: il lavoro, la salute, il benessere, i miti non sono elementi distinti, ma sono sottoposti ad una gerarchia dove il primato viene dal sacro. Moi ha colto con il suo tentativo di considerare politica e religione come inseparabili un aspetto fondamentale, e infatti fino al 1981 ci fu un sostanziale silenzio, poi le Chiese passarono dal ruolo ambiguo e ambivalente di mediatore fra il regime e le diverse anime della società a voce attiva dell’opposizione.

La differenza tra una democrazia e una dittatura si nota dalla persistenza di problemi che creano: quelli della dittatura restano. I titoli di proprietà concessi ai gruppi fedeli e le espropriazioni arbitrarie dei nemici operate nel ventennio di Moi sono ancora tutte lì, il sistema corruttivo messo in atto e, in più, in questi anni il tema ambientale che ha portato alla luce che nella foresta di Mau in seguito a quelle concessioni indebite di proprietà la foresta rischia di sparire e così le sorgenti d’acqua.

La corruzione pesa ancora sui contribuenti keniani. Solo il cosiddetto scandalo Goldenberg ha portato alla perdita per la banca centrale di almeno 1 miliardo di dollari per pagamenti compensativi di esportazione di oro e diamanti fasulli. L’attuale presidente Uhuru Kenyatta ha dichiarato: «La nostra nazione e il nostro continente sono stati immensamente benedetti dalla dedizione e dal servizio del defunto Mzee Moi, che ha trascorso quasi tutta la sua vita adulta al servizio del Kenya e dell’Africa». Da ogni parte, ruolo e funzione arrivano condoglianze, anche quelle di chi è stato incarcerato per due anni senza sapere se ne sarebbe uscito vivo.

In Occidente c’è questa distinzione tra il giudizio sulla persona che merita pietà, e il giudizio su ciò che ha fatto, che merita onestà intellettuale. In Kenya prevale il primo: RIP Mzee Moi.


Fabrizio Floris, una laurea in Economia e un dottorato di ricerca in Sociologia dei fenomeni territoriali e internazionali, è membro della cooperativa “Labins, laboratorio di innovazione sociale”. Ha insegnato Antropologia economica presso l’Università di Torino e ha svolto altri insegnamenti. Suo principale campo d’interesse sono gli insediamenti informali, in Italia come in Africa. Scrive per Il manifestoNigrizia e altre testate. Tra i suoi libri: Periferie esistenziali (Robin, 2018), Eccessi di città. Baraccopoli, campi profughi e periferie psichedeliche (Paoline, 2007), Baracche e burattini? La città-slum di Korogocho in Kenya (L’Harmattan Italia, 2003).

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